Tre sorprese nella notte di Natale
Inizio ricordando che nella notte di Natale abbiamo vissuto tre grandi sorprese. La prima è la nascita di Gesù: è nato nonostante non ci fosse posto per lui, nonostante l’assenza di spazio e di accoglienza. Il Vangelo di Luca ci dice che è nato in una mangiatoia. Questo significa che, anche quando non gli facciamo spazio, lui comunque entra nella nostra vita, quasi forzandoci con la sua presenza. È lì, nella mangiatoia, segno concreto che Dio non aspetta condizioni ideali per farsi vicino.
La seconda sorpresa riguarda i pastori. Erano ai margini di Betlemme, sui monti, a custodire le loro pecore, lontani dal centro e dalla vita religiosa ufficiale. Anche loro vengono “forzati” dalla luce del cielo, avvolti dalla gloria e dall’annuncio dell’angelo: «È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Non possono restare indifferenti, vengono coinvolti, chiamati in causa.
La terza sorpresa è l’invito all’annuncio quotidiano. Nella messa dell’Aurora, celebrata alla BVI, ho contemplato i pastori che, dopo questa straordinaria epifania del cielo, si mettono in cammino, vanno a cercarlo e lo trovano: un bambino, fragile e reale. Da quell’incontro nasce il desiderio di raccontare, di annunciare giorno per giorno ciò che hanno visto e udito.
Il Verbo fatto carne: un bambino che parla
Il Vangelo di Giovanni, denso e impegnativo, ci fa compiere un primo grande passo avanti. Quel bambino non è semplicemente un neonato come tanti: è Dio che si è fatto carne, che si è fatto parte della nostra umanità. Giovanni lo chiama il Verbo, la Parola. Questo significa che è una Parola che parla a noi, una Parola viva, rivolta alla nostra vita concreta.
La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Dio, dopo aver parlato attraverso i profeti, ora ci parla attraverso il Figlio. È un Figlio che parla, un bambino che è Parola. Questo mistero ci dice che la Parola, presente fin dalla creazione del mondo, entra nelle mangiatoie delle nostre vite, delle nostre case, delle nostre storie ferite. Ma proprio perché è Parola, chiede ascolto.
Si innesca così una dinamica di comunicazione: parole, insegnamenti, consolazioni. Davanti a questo mistero, sento che dovremmo imparare a tacere di più noi, a fare silenzio, per metterci davvero in ascolto. Cosa ci dice questo bambino? Cosa ci dice questo Messia? Tutta la vita di Gesù sarà una Parola di vita donata giorno per giorno a chi sa ascoltare.
Accogliere il bambino: un verbo esigente
Il secondo passo che il Vangelo ci propone è quello dell’accoglienza. Non è affatto scontato accogliere Gesù. Possiamo avere la mangiatoia, il presepe, immagini bellissime come quelle che ammiriamo nelle nostre chiese, ma tutto questo rischia di spostarci poco se non c’è una vera accoglienza.
Questo bambino va accolto. Le famiglie che hanno il dono di avere figli sanno quanto un bambino cambi radicalmente la vita, le dinamiche, le priorità. Accogliere significa abbracciare, farlo nostro, ascoltarlo, credere in lui, lasciargli spazio. Vuol dire mettersi alla sua scuola, diventare suoi discepoli, come i pastori che si mettono in cammino per cercarlo.
Accogliere è una parola forte, un verbo impegnativo, che chiede conversione, cambiamento, spazio reale nella nostra vita. Se non accogliamo questo bambino, lui resta comunque presente, ma farà poca strada in noi. Al contrario, Giovanni ci dice che a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Accogliere Gesù significa diventare figli, generati da Dio come lui.
La colletta di oggi lo esprime in modo bellissimo: noi, creati a sua immagine, condividiamo la sua natura divina perché lui ha voluto condividere la nostra natura umana. Accogliendo questo bambino partecipiamo profondamente al suo essere Figlio e dalla sua pienezza riceviamo grazia su grazia.
Dalle rovine all’annuncio: diventare sentinelle
Il terzo passo avanti ci viene offerto dalla prima lettura. Le sentinelle si trovano tra le rovine di Gerusalemme, una città distrutta, segnata dal dolore e dalla necessità di ricostruzione. Eppure non fissano lo sguardo solo sulle rovine: alzano gli occhi e vedono il Signore che viene. Lo aspettano e diventano messaggeri, annunciatori.
Il profeta dice che sono belli i piedi del messaggero. Saranno anche sporchi, impolverati, ma sono belli perché portano un annuncio di vita: Dio viene proprio in mezzo alle rovine. Questa parola “rovine” mi colpisce profondamente, perché guardandoci intorno vediamo tanti deserti, tante situazioni aride segnate dalla violenza, dalla sopraffazione, dall’ingiustizia e dalla mancanza di rispetto.
Il rischio è quello di fermarci a guardare solo le rovine. Invece oggi siamo chiamati, proprio perché abbiamo accolto questo bambino Dio fatto carne e abbiamo imparato ad ascoltarlo, a diventare a nostra volta annunciatori. Dobbiamo alzare lo sguardo, aspettarlo e annunciarlo a tutti.
Un cammino che inizia a Natale
Sento forte la responsabilità e la bellezza di questo compito. Natale non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un cammino. Il Signore viene in mezzo a noi come bambino: piccolo, innocente, apparentemente impotente, eppure di una efficacia straordinaria. La sua presenza cambia radicalmente la nostra vita.
In questo giorno di Natale ringrazio il Signore per le tante opportunità che ci dona: opportunità di ascolto, di accoglienza, di annuncio. Non voglio tirarmi indietro. Voglio aprire il cuore a lui, per poter diventare anche io messaggero della sua luce, portatore di una speranza che nasce proprio là dove sembrano esserci solo rovine.


