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Rendete a Dio quello che è di Dio – omelia XXIX domenica TO anno A S. Andrea ore 11

Descrizione
Tra le parole di Gesù nel Vangelo, ci colpisce soprattutto l’invito conclusivo: «Rendete a Dio quello che è di Dio». Se sulla moneta riconosciamo facilmente l’immagine e l’iscrizione di Cesare, può essere più difficile riconoscere ciò che appartiene a Dio e capire come restituirglielo.
Durante il catechismo, chiedendo ai bambini quali siano le cose di Dio, riceviamo risposte bellissime: il mondo, la natura, il creato, il volerci bene, la famiglia e la mamma. Sono realtà preziose che riconosciamo come doni del Signore. Altre cose, come i telefoni, i videogiochi o gli interessi quotidiani, possono avere la loro importanza, ma non possiedono lo stesso valore essenziale degli affetti, della vita e delle relazioni.
Per riconoscere le cose di Dio, dobbiamo dunque imparare a guardare ciò che genera amore, vita, speranza e bene nella nostra esistenza.
2. La missione e Lourdes: incontrare Dio nella vita delle persone
Nella Giornata Missionaria Mondiale, riconosciamo nei missionari un dono prezioso. Pensiamo a Giovanni Sperato, che si sente frutto della missione, e ai missionari partiti da Bologna, come Carlo Soglia, che hanno seminato il Vangelo.
Ancora oggi, i missionari rimangono accanto alle persone anche nei luoghi segnati da guerre, fame e sofferenza. La testimonianza del parroco di Aleppo ci ha ricordato le difficoltà che vivono i cristiani in Siria. Essere presenti, donare la propria vita, annunciare il Vangelo e aiutare concretamente chi soffre sono autentiche manifestazioni delle cose di Dio.
Anche il pellegrinaggio a Lourdes ci ha permesso di riconoscere questi doni. Abbiamo incontrato tanti malati, spesso sulle carrozzine, che pregavano con semplicità e con il sorriso, affidandosi a Maria e chiedendo aiuto e consolazione per sé e per i propri cari. Nei loro volti abbiamo visto una fede capace di affidarsi a Dio anche nella fragilità.
Durante le sedici ore di viaggio in pullman, ci siamo raccontati storie di vita segnate da fatiche e lutti, persino dalla perdita di un figlio. Eppure, tante persone testimoniavano fiducia e speranza, riconoscendo che il Signore era stato loro vicino. Abbiamo così compreso che la fede non elimina necessariamente il dolore, ma ci aiuta ad attraversarlo senza perdere la speranza.
3. Riconoscere Dio nelle persone della nostra comunità
Le cose di Dio non sono lontane dalla vita quotidiana: le incontriamo nelle persone che ci sono accanto.
Pensiamo a Giovanni, rimasto vedovo di Carla, che viveva in carrozzina. Dopo il ricovero in ospedale, pur nella fragilità, manifesta una grande fiducia. Pensiamo a Mario, protagonista di una brutta caduta in montagna, la cui esperienza diventa testimonianza di pazienza e affidamento. Pensiamo anche alla mamma che chiede il battesimo per i suoi due figli, nonostante una storia personale faticosa.
In queste persone riconosciamo la presenza di Dio: nella fiducia di chi soffre, nella pazienza di chi affronta una prova e nella semplicità di chi desidera affidare i propri figli al Signore.
Guardando ai tre anni trascorsi dall’inizio del mio servizio come parroco qui a S. Andrea e BVI, posso riconoscere quanti doni io abbia ricevuto: incontri, relazioni, storie e testimonianze. La comunità non è fatta soltanto di attività e iniziative, ma soprattutto di persone attraverso le quali possiamo sperimentare la bellezza dell’amore di Dio.
4. «Amati da Dio, siete stati scelti da lui»: la forza del Vangelo
Nella seconda lettura, tratta dall’inizio della Prima lettera ai Tessalonicesi, Paolo scrive ai cristiani di essere «amati da Dio» e «scelti da lui».
Dopo essere passato da Filippi, Paolo era arrivato a Tessalonica durante il suo viaggio missionario in Europa. Aveva annunciato Gesù Cristo, fermandosi per alcune settimane prima di proseguire verso altre città. Tuttavia, aveva constatato che il Vangelo non si era diffuso soltanto attraverso la sua predicazione, ma anche «con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione».
Il Vangelo, infatti, non è semplicemente un insieme di parole o di insegnamenti: raggiunge profondamente le persone, trasforma la loro vita e suscita una risposta concreta. Paolo riconosce che i Tessalonicesi sono amati e scelti da Dio osservando come vivono e come rispondono alla Parola.
È come se portassero impressa un’immagine riconoscibile: attraverso le loro scelte possiamo vedere l’opera di Dio. La loro vita diventa una testimonianza visibile della forza dello Spirito Santo.
5. La fede operosa, la fatica della carità e la fermezza della speranza
Paolo individua tre caratteristiche fondamentali della comunità di Tessalonica: l’operosità della fede, la fatica della carità e la fermezza della speranza.
L’operosità della fede: credere non significa soltanto pregare o pronunciare belle parole, ma lasciarci coinvolgere dal Vangelo e tradurlo in azioni concrete.
La fatica della carità: amare non è sempre facile. La carità richiede tempo, pazienza, disponibilità e sacrificio, soprattutto quando ci prendiamo cura delle persone più fragili.
La fermezza della speranza: sperare significa rimanere saldi anche nelle difficoltà, senza negare il dolore, ma continuando a fidarci di Dio.
Questi atteggiamenti sono come l’immagine impressa sulla moneta di Cesare: attraverso la fede, la carità e la speranza possiamo riconoscere le persone che appartengono a Dio.
Anche noi siamo chiamati a riconoscere l’opera del Signore osservando non soltanto ciò che le persone dicono, ma soprattutto come vivono, amano e affrontano le prove.
6. La fantasia di Dio: anche le persone inaspettate possono essere suoi strumenti
La prima lettura ci presenta Ciro, re di Persia e conquistatore di Babilonia, che Isaia indica come strumento scelto da Dio. È sorprendente che il Signore possa servirsi di un sovrano straniero, lontano dalle attese religiose d’Israele, per realizzare il proprio progetto.
Attraverso Ciro, il mondo potrà riconoscere che non esiste altro Dio all’infuori del Signore. Il protagonista ultimo non è il re, ma Dio, che può agire anche attraverso persone inaspettate.
Questo ci invita a non limitare l’azione divina alle nostre categorie. Possiamo sperimentare il bene anche attraverso persone diverse da noi o lontane dalla nostra pratica religiosa. Per quanto riguarda i governanti di oggi, siamo chiamati a valutarne le azioni concrete, soprattutto per la loro capacità di contribuire alla pace e alla liberazione dalla guerra, senza attribuire automaticamente a qualcuno un’investitura divina.
La fantasia di Dio supera le nostre previsioni: il nostro compito è riconoscere i frutti del bene senza confondere l’opera del Signore con le ambizioni umane.
7. Come possiamo restituire a Dio ciò che è suo?
Rimane la domanda fondamentale: se le persone, gli affetti e le esperienze belle della nostra vita sono doni di Dio, come possiamo restituirglieli?
Paolo ci offre una risposta quando scrive di rendere continuamente grazie a Dio per i Tessalonicesi e di ricordarli nelle sue preghiere.
Restituire a Dio ciò che è suo significa anzitutto riconoscere i suoi doni e ringraziarlo per averceli affidati. Non possiamo semplicemente riconsegnargli ciò che ci ha donato, ma possiamo custodirlo, rispettarlo e prendercene cura.
Questo significa non dare per scontate le persone, non trascurare le relazioni e non dimenticare chi ci ha testimoniato la fede attraverso la sofferenza, la pazienza e la speranza. La gratitudine ci aiuta a riconoscere il bene ricevuto e a vivere con maggiore responsabilità ciò che ci è stato affidato.
La parola Eucaristia significa proprio rendimento di grazie. Nella celebrazione eucaristica possiamo portare davanti al Signore tutte le persone e le storie della nostra comunità, unendo la nostra preghiera al sacrificio di Cristo.
Rendiamo grazie per i missionari, per i malati, per chi affronta un lutto, per le famiglie e per tutte le persone che, con la loro vita, ci testimoniano la fede, la carità e la speranza. Rendiamo grazie anche per noi stessi, perché pure noi siamo parte delle cose di Dio e possiamo diventare un dono per gli altri.
Conclusione: anche noi siamo cose di Dio
L’invito di Gesù ci insegna a guardare la vita con occhi nuovi. Le cose di Dio sono presenti negli affetti, nella missione, nella preghiera, nella fragilità dei malati e nella perseveranza di chi continua a sperare.
Le riconosciamo nella fede che diventa operosa, nella carità che accetta la fatica e nella speranza che rimane salda nelle prove. Il nostro compito è imparare a riconoscere questi doni, custodirli e ringraziare il Signore per averceli affidati.
Nell’Eucaristia diventiamo sempre più consapevoli di essere parte di una famiglia e di una comunità unite dall’amore di Dio.
Anche noi siamo cose di Dio. E il modo più bello per rendergli grazie è vivere in modo che, attraverso la nostra fede, la nostra carità e la nostra speranza, gli altri possano riconoscere il suo amore.


