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Non basta non uccidere – Omelia VI domenica del TO anno A

15 feb 2026 · 12 min. 8 sec.

Non basta non uccidere - Omelia VI domenica del TO anno A

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Descrizione
Questo Vangelo è molto impegnativo, ma non nasce dal nulla. Mi ricordo che siamo sempre nel capitolo quinto di Matteo, dopo le Beatitudini e dopo l’annuncio: siete il sale della terra, siete la luce del mondo. Tutto quello che Gesù dice oggi riguarda proprio questo: che cosa significa davvero essere sale e luce.

Perdiamo sapore quando non viviamo le Beatitudini, quando invece di essere umili, miti, piccoli, scegliamo di esercitare il nostro potere, la nostra forza, la nostra ricchezza, arrivando anche a perseguitare gli altri. Essere luce e sale ha a che fare con il nostro camminare nei comandamenti, con il camminare nella Parola del Signore. Con esempi forti e anche duri, Gesù oggi ci incoraggia a rimanere dentro questa Parola.

La libertà dell’uomo e il peso della scelta

All’inizio mi ero soffermato sulla prima lettura del Siracide, che dice: Se vuoi, puoi osservare i comandamenti. L’essere fedele dipende dalla tua volontà. Il Siracide parla molto della libertà: Dio ha creato l’uomo e la donna e li ha lasciati in balia del loro volere. Siamo liberi di scegliere il bene o il male, la vita o la morte.

Detta così sembra una scelta facile: chi sceglierebbe la morte? Eppure questa frase ci carica addosso un peso, perché sembra dire che tutto dipende dalla nostra volontà. In un certo senso è vero, ma non è tutta la verità.

I comandamenti che custodiscono e danno vita

Ascoltando meglio la lettura nel lezionario, mi ha colpito un’altra formulazione: Se vuoi osservare i comandamenti, essi ti custodiranno. È sempre richiesta una scelta, un desiderio, un impegno: io voglio seguire questi comandamenti, voglio mettermi in cammino. Ma la conseguenza è sorprendente: non sono solo io a custodire la legge, sono i comandamenti stessi che custodiscono me.

Non significa che li osserverò tutti perfettamente, ma che il mio mettermi in gioco apre uno spazio in cui il Signore mi protegge e mi accompagna. Tutto questo è legato alla fiducia: non osservo i comandamenti come un elenco di obblighi, ma perché ho fiducia nel Signore, perché credo che la sua Parola sia buona per me, per la mia felicità.

Dio non mi propone qualcosa che va contro la mia umanità, ma qualcosa che mi dà la vita. Per questo, se ho fiducia in Lui, anch’io vivrò. Il camminare nei comandamenti non porta alla morte, ma alla vita.

Una giustizia che deve superare quella degli Scribi

Nel Vangelo Gesù dice: Se la vostra giustizia non supererà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Nel Vangelo di Matteo la giustizia è il fare la volontà di Dio. Ma come si può superare la giustizia di chi conosce tutte le leggi ed è scrupolosissimo nell’osservarle?

Eppure Gesù è chiaro: non basta osservare i comandamenti, bisogna farlo in un modo più grande, più abbondante, più vero. La differenza non è piccola, perché ne va dell’ingresso nel Regno dei Cieli. I comandamenti restano giusti, ma ciò che deve cambiare è la qualità con cui li viviamo.

Non uccidere: andare alla radice del male

Gesù porta esempi concreti, a partire dal comandamento del non uccidere. Spesso pensiamo: “Non ho ucciso nessuno”, e ci sentiamo a posto. Ma Gesù va molto più in profondità: chi si adira con il proprio fratello, chi lo offende, chi lo umilia con una parola, è già sotto giudizio.

Per Gesù non si tratta solo di versare il sangue, ma del modo in cui ci relazioniamo agli altri. Anche una parola cattiva, un insulto, un atteggiamento di disprezzo ha una radice omicida, perché vuole spegnere la vita dell’altro, annientarlo, toglierlo dalla nostra visuale. Questo succede spesso proprio con le persone che ci sono più vicine.

Sovrabbondare nell’osservanza dei comandamenti significa allora non fermarsi al “non ho fatto il gesto grave”, ma guardare tutte quelle radici di male che, se non curate, possono portarci un giorno a scelte ancora più distruttive.

Lo sguardo, il desiderio e la fedeltà

Lo stesso vale per l’adulterio. Gesù dice che basta uno sguardo di desiderio per aver già tradito. Questo ci mette profondamente in crisi, perché ci obbliga a chiederci che tipo di sguardo abbiamo sugli altri: uno sguardo di possesso, di uso, di piacere.

Anche quando parla del divorzio, Gesù ci invita a interrogarci sui passi che portano a una rottura così radicale. Prima del gesto finale ci sono parole, sguardi, atteggiamenti che pian piano scavano dentro le relazioni, anche familiari. Per questo è fondamentale custodire il cuore, il modo di guardare e di parlare, sovrabbondando nel bene.

Una radicalità che custodisce la vita

Quando Gesù dice: Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala, non invita alla violenza, ma a una custodia radicale della vita. Meglio fermarsi prima, meglio rinunciare a qualcosa, piuttosto che arrivare a compiere un male irreparabile.

Questa osservanza dei comandamenti è forte, radicale, sovrabbondante nel bene. Ma non è disumana. È una sapienza divina, come ricorda Paolo, che ci viene da Gesù stesso.

Gesù, testimone vivente della Parola

Gesù non insegna dall’alto ciò che non ha vissuto. Tutto quello che dice lo ritroviamo nel suo modo di camminare in mezzo alla gente: non risponde all’accusa con l’accusa, accetta con mitezza, arriva a dare la vita.

Il suo amore ci mostra che anche noi possiamo amare così: dare la vita, consumare le nostre forze, offrire il nostro tempo per i familiari, per i genitori, per i figli. In fondo, sappiamo che è questo che desideriamo davvero.

Un cammino che porta alla vita

Per questo ringrazio il Signore. Se vogliamo osservare i suoi comandamenti, essi ci custodiranno: dal male, nella protezione di Dio, nella comunione con Lui. Se abbiamo fiducia, vivremo. Non sarà un’osservanza che porta alla morte, ma alla vita.

Anche se le parole di Gesù sono severe, oggi ci offrono luce e indicano una strada chiara per restare con Lui.