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1. L’ammirazione per i Santi: una santità possibile per tutti
La festa di Tutti i Santi suscita in noi una bella invidia, intesa in senso positivo, che diventa ammirazione e desiderio di imitazione. Contempliamo una moltitudine di discepoli che hanno vissuto pienamente il Vangelo e hanno costruito con Dio una relazione profonda, riuscendo a incarnare concretamente la sua Parola.
Tra i Santi troviamo persone con una grande preparazione teologica, ma anche tantissime persone comuni: mamme, papà, giovani e uomini e donne che hanno vissuto la fede nella quotidianità. Ognuno di noi è legato in modo particolare ad alcuni di loro.
La loro testimonianza ci mostra che le parole del Vangelo sono vere, belle e capaci di dare alla nostra vita una pienezza speciale. La liturgia di oggi è caratterizzata dalla gioia, dall’esultanza e dal canto: siamo invitati a partecipare fin da ora alla liturgia celeste, vivendo la comunione con tutti i Santi.
2. Una moltitudine immensa, proveniente da ogni popolo
La prima lettura, tratta dall’Apocalisse di san Giovanni, ci presenta una moltitudine immensa di persone, impossibile da contare. Non si tratta soltanto dei 144.000 appartenenti alle dodici tribù di Israele, ma di una schiera sconfinata, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua.
Tutti sono in piedi davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello, vestiti di vesti candide. Questa immagine ci aiuta ad allargare lo sguardo oltre i nostri confini, anche quelli della nostra comunità parrocchiale: la santità è una realtà molto più grande di quanto possiamo immaginare.
Alla domanda su chi siano queste persone e da dove vengano, viene data una risposta sorprendente: sono coloro che vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Hanno conosciuto la sofferenza e le difficoltà della vita.
3. Attraversare le tribolazioni insieme a Gesù
Anche noi conosciamo tante tribolazioni. Se ci fermassimo a pensarci, potremmo compilare un lungo elenco: malattie, difficoltà familiari, separazioni, lutti e tante altre ferite che ciascuno porta dentro di sé.
Il Vangelo non è una bella storiella che ci allontana dalla realtà, ma una Parola che ci permette di attraversare le difficoltà senza rimanere soli. Le nostre ferite possono essere vissute in modo nuovo grazie alla relazione con Gesù, partecipando al suo mistero di morte e risurrezione.
Lavare le nostre vesti nel sangue dell’Agnello significa proprio immergerci in questo mistero, lasciarci coinvolgere dalla vita di Gesù e rimanere uniti a lui. È questa relazione profonda con il Signore che ci permette di attraversare le prove della vita e di ritrovare speranza.
È stato anche il filo conduttore della settimana di animazione missionaria appena vissuta: attraverso le celebrazioni eucaristiche, gli incontri in oratorio e i momenti con i ragazzi, abbiamo cercato di riscoprire il nostro rapporto con il Signore. È qui che troviamo il segreto della vita cristiana e il coraggio per affrontare le difficoltà.
4. Siamo figli di Dio, amati da un amore indissolubile
La prima lettera di Giovanni ci ricorda la grandezza del dono ricevuto dal Padre: siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente.
Dobbiamo riscoprire questa verità fondamentale: siamo amati da Dio e siamo legati in modo profondo e indissolubile a Gesù, il Figlio venuto a morire per noi. Questa relazione ci rende fratelli, ci fa sentire vicini a lui e ci permette di riconoscere la sua voce familiare nella nostra vita.
Certamente esiste un mistero: non sempre comprendiamo questa realtà e non sempre ne siamo consapevoli. Anche noi attraversiamo momenti di buio, dubbi e difficoltà nei quali possiamo faticare a sentire la presenza del Signore. Eppure, anche quando non lo percepiamo, rimaniamo realmente figli amati da Dio.
Per questo dobbiamo continuamente ravvivare la nostra relazione con lui: camminare dietro a Gesù, ascoltare la sua Parola, invocarlo ogni giorno e conformare la nostra vita alla sua. È questa vicinanza che fa la differenza.
5. Le beatitudini: una strada per incontrare il Signore
Le beatitudini ci indicano una strada concreta per vivere questa relazione con Gesù. Sono parole straordinarie, che conosciamo bene, ma che continuano a destabilizzarci: beati i poveri, gli affamati, i perseguitati e coloro che vengono insultati e calunniati.
Ci domandiamo come possano essere considerate beate situazioni che, secondo la nostra mentalità umana, vorremmo evitare a ogni costo. La povertà, la sofferenza e la persecuzione non sembrano certo condizioni di felicità.
La risposta sta nella vita stessa di Gesù. Anche lui è stato povero, ha avuto fame e sete di giustizia, è stato mite e puro di cuore. Anche lui è stato perseguitato, ha subito menzogne e calunnie ed è stato condannato a morte.
Quando attraversiamo situazioni simili, possiamo quindi sperimentare una vicinanza particolare a lui. Non perché la sofferenza sia un bene in sé, né perché dobbiamo cercarla, ma perché proprio nella nostra fragilità possiamo riconoscere più profondamente il Signore che ha condiviso la nostra condizione umana.
Le beatitudini non sono semplicemente un elenco di comportamenti virtuosi ai quali corrisponderà un premio finale. Certamente ci indicano una strada verso la vita eterna, ma ci rivelano soprattutto che la vera gioia nasce dalla comunione con Gesù.
Quando vengono meno le nostre sicurezze e non abbiamo altri riferimenti a cui aggrapparci, possiamo stringerci maggiormente a lui e sperimentare la sua vicinanza. La beatitudine consiste proprio nel sapere che lui è con noi.
Al contrario, nei momenti di euforia, successo, ricchezza e potere rischiamo di sentirci autosufficienti. Queste situazioni possono darci soddisfazione, ma anche accecarci e impedirci di riconoscere quanto abbiamo bisogno di Dio.
È proprio partecipando alla piccolezza di Gesù che possiamo cogliere la verità del Regno dei Cieli. Per questo egli proclama: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli». Nella nostra povertà possiamo scoprire di appartenere a questo Regno già adesso.
6. La beatitudine vissuta nella stanza di un ospedale
Pochi minuti prima dell’inizio della Messa, sono passato dall’ospedale per andare a trovare un malato, ma ho scoperto che era già morto. Mentre tornavo a casa, una parrocchiana mi si è avvicinata e mi ha chiesto che cosa facessi lì. Le ho raccontato che ero andato a trovare un malato e mi sono fermato a parlare con lei.
Mi ha raccontato la sua situazione, tutt’altro che facile, ma soprattutto mi ha testimoniato una sorprendente semplicità, una gioia, una luce e una pace interiore. Con serenità mi ha detto che stava facendo il suo cammino e che sentiva il Signore vicino.
Avevo con me la Comunione e l’olio degli infermi, così abbiamo vissuto insieme un breve momento di preghiera. Certamente le ho portato il Signore attraverso i sacramenti, ma mi sono reso conto che quella donna stava già vivendo una profonda esperienza di beatitudine.
Pur trovandosi in una stanza d’ospedale e sperimentando anche una certa solitudine, riusciva a riconoscere la presenza di Dio nella propria vita.
Questo incontro ci mostra che vivere da cristiani significa proprio questo: anche nella malattia, nella fragilità e nella solitudine possiamo sentire il Signore vicino e sperimentare che il Regno dei Cieli è accanto a noi.
La beatitudine non è una conquista personale, né il risultato delle nostre capacità. È un dono di Dio, che viene ad abitare nel nostro cuore proprio nelle situazioni di maggiore piccolezza. È lui stesso a donarci la sua presenza e a renderci capaci di vivere con pace e speranza anche le prove più difficili.
7. Camminare nella santità attraverso le relazioni quotidiane
La moltitudine immensa che già vive nella comunione con Dio ci affascina e ci incoraggia. Anche noi possiamo camminare verso la santità, seguendo l’esempio dei Santi e lasciandoci guidare dalle beatitudini e dal Vangelo.
La santità non è qualcosa di lontano dalla nostra vita ordinaria. Si costruisce ogni giorno, nelle relazioni con i nostri familiari, con i colleghi di lavoro e con tutte le persone che incontriamo.
È particolarmente importante imparare a vivere bene anche le relazioni più difficili, comprese quelle con le persone che non ci sono particolarmente simpatiche. Proprio il Vangelo può aiutarci a superare le nostre chiusure, a riconoscere l’altro come fratello e a costruire legami più autentici.
In questo cammino non siamo soli. La testimonianza dei Santi ci sostiene e ci ricorda che una vita vissuta nella fedeltà al Signore è possibile anche per noi, con i nostri limiti, le nostre fatiche e le nostre fragilità.
Anche noi siamo chiamati a far parte di quella moltitudine immensa. Non siamo semplici spettatori della santità degli altri, ma siamo invitati a parteciparvi già da ora, vivendo la beatitudine nella concretezza della nostra esistenza.
8. Ringraziare Dio e ricevere la forza dell’Eucaristia
La festa di Tutti i Santi ci ricorda che la comunione con Dio non riguarda soltanto il futuro, ma può essere sperimentata già nel presente. La beatitudine è già per noi, perché possiamo vivere fin d’ora nella vicinanza di Gesù, anche quando attraversiamo le difficoltà.
Per questo ci rivolgiamo al Signore con gratitudine e affidamento. Nell’Eucaristia offriamo sull’altare Gesù stesso e lo riceviamo nella Comunione, chiedendogli di sostenerci nel nostro cammino.
È lui che ci dona la forza e la gioia necessarie per attraversare le tribolazioni, vivere le beatitudini e costruire relazioni fraterne. Così, insieme ai Santi e a tutti i fratelli e le sorelle che camminano con noi, possiamo partecipare già da ora alla gioia del Regno dei Cieli.


