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Non siamo una classifica: siamo una famiglia – Omelia XXV domenica TO anno A BVI

Descrizione
Isaia ci invita a cercare il Signore mentre si fa trovare, ma scopriamo che, in realtà, è Dio stesso a cercarci. È lui che continuamente viene verso di noi perché possiamo tornare a lui, convertirci dalla nostra iniquità e dalla nostra impietà. La ragione è semplice e insieme sconvolgente: Dio perdona largamente.
Qui emerge una grande differenza tra i nostri pensieri e quelli di Dio. Noi spesso siamo portati a giudicare, a misurare, a stabilire colpe e meriti; Dio, invece, guarda anzitutto alla possibilità di ricominciare e offre il suo perdono.
Questa prospettiva prepara bene alla parabola degli operai chiamati nella vigna. Gesù ci spiazza perché il comportamento del padrone non corrisponde alle nostre categorie di lavoro, salario, regole e orari. Se proviamo a incasellarlo secondo la nostra logica, non riusciamo a comprenderlo: la sua logica è radicalmente diversa dalla nostra.
Un padrone che continua a uscire e a cercare
Il padrone della vigna esce per ben cinque volte durante la giornata alla ricerca di lavoratori. È quasi sorprendente: non sembra avere un piano organizzativo preciso, non sappiamo neppure esattamente che cosa debbano fare gli operai nella vigna. E soprattutto non ragiona secondo una logica strettamente proporzionale alle ore lavorate.
Non cerca soltanto un certo numero di operai all’inizio della giornata e poi si ferma. Continua a uscire, continuamente, fino all’ultima ora. Non esiste per lui una sorta di “posto fisso” nella vigna: ogni giorno la chiamata ricomincia e ciascuno deve nuovamente lasciarsi coinvolgere.
La sua attenzione appare particolarmente rivolta agli ultimi, a quelli che sono rimasti fuori, a coloro che per qualche motivo nessuno ha chiamato. La caratteristica fondamentale del padrone è dunque la sua bontà. È buono e, nello stesso tempo, giusto: non fa torto a nessuno, neppure a coloro con i quali aveva concordato inizialmente il salario.
Ma la sua bontà va oltre la semplice giustizia. È una bontà che lo spinge a non smettere mai di cercare. A ogni ora torna a cercare persone perché possano entrare nella sua vigna.
Il problema siamo noi: il confronto con gli altri
La parabola ci porta inevitabilmente a chiederci dove ci collochiamo noi. Siamo tra i primi chiamati oppure tra gli ultimi? Come ci trova il Signore? Siamo già nella vigna oppure siamo ancora fuori, “oziosi”, come dice il testo?
Ma soprattutto Gesù ci chiede di guardare al nostro sguardo sugli altri.
Il padrone decide di cominciare il pagamento proprio dagli ultimi. Apparentemente potrebbe sembrare quasi una provocazione. Se avesse cominciato dai primi, probabilmente questi avrebbero preso il loro denaro e se ne sarebbero andati senza protestare. Invece il padrone vuole che tutti vedano ciò che sta accadendo: a tutti offre il massimo.
Ed è proprio questo che mette in crisi la nostra mentalità. Noi siamo spontaneamente portati al confronto, al conteggio, alla valutazione del merito. Misuriamo quanto abbiamo fatto noi e quanto hanno fatto gli altri, quanta fatica abbiamo sopportato e quanta ne hanno sopportata gli altri.
Questa logica entra nelle famiglie: “quanto faccio io e quanto fai tu?”, nei rapporti con i figli, attraverso piccoli ricatti e confronti, ma anche nei rapporti di lavoro e nelle collaborazioni, persino quando prestiamo un servizio gratuito in parrocchia. Ci accorgiamo che guardare ciò che fanno gli altri e confrontarlo con ciò che facciamo noi è una tentazione costante.
Ci riconosciamo dentro questa dinamica e comprendiamo che anche noi dobbiamo imparare a mettere da parte una mentalità fondata esclusivamente sulla meritocrazia.
Non una classifica, ma un abbraccio per tutti
La logica di Gesù diventa ancora più chiara nei passi evangelici che seguono la parabola. Pensiamo alla madre dei figli di Zebedeo, che chiede per i suoi due figli i posti più importanti, alla destra e alla sinistra di Gesù. È una madre che desidera il bene dei suoi figli e, proprio per questo, vorrebbe vederli davanti agli altri.
Gesù però capovolge questa mentalità: “tra voi non sia così”. Nella comunità cristiana non deve prevalere la logica di chi vuole spadroneggiare o occupare i primi posti. Chi vuole essere grande deve mettersi al servizio.
La croce rende visibile fino in fondo questa logica. Gesù non muore per una parte dell’umanità, né costruisce una classifica tra coloro che meritano di più e coloro che meritano di meno. Le sue braccia aperte sulla croce sono un grande abbraccio rivolto a tutti.
Pensiamo anche al ladrone che, proprio all’ultima ora della sua vita, si rivolge a Gesù: “Signore, ricordati di me”. Anche lui viene accolto. Anche lui entra, all’ultimo momento, nella promessa della salvezza.
Il dono più grande, Gesù stesso, è per tutti. Il Signore ci vuole tutti, indipendentemente dalle nostre capacità, dai nostri meriti e dall’ora in cui siamo arrivati nella vigna.
Un dono che supera anche le categorie religiose
La bontà di Dio scardina anche le nostre categorie religiose. Questa consapevolezza diventa particolarmente importante quando incontriamo persone diverse da noi.
Pensiamo alla scuola e ai ragazzi: nelle classi ci sono persone di ogni tipo, provenienza, sensibilità e religione. Dobbiamo imparare a riconoscere che il dono di Dio è offerto a tutti. Anche quando la fede appare fragile o lontana, può esistere uno spazio autentico di dialogo, di incontro e di crescita insieme.
Tutto può partire da quell’unico, grandissimo e infinito dono che è Gesù Cristo, offerto a tutti.
Per il padrone della vigna ciò che conta è che noi accettiamo l’invito a entrare. Non dobbiamo preoccuparci continuamente di stabilire chi è arrivato prima o chi ha lavorato di più. Ci è chiesto soprattutto di essere contenti di esserci, di accogliere la chiamata e di vivere con gioia la nostra presenza nella vigna.
Paolo: vivere è Cristo e lavorare con frutto
In questo senso comprendiamo anche le parole di Paolo nella Lettera ai Filippesi. Paolo si trova davanti a una situazione difficile e sa che, se morisse, sarebbe con Cristo: “morire è un guadagno”. La ricompensa, dunque, la conosce già.
Eppure sceglie di rimanere ancora. Se continua a vivere, può “lavorare con frutto” in mezzo alle persone che ama. Non vive il suo servizio come una fatica da conteggiare in vista di una ricompensa futura. La ricompensa è già Cristo.
Paolo ama stare con le persone, condividere la vita, accompagnarle nel cammino del Vangelo. Pensiamo alla comunità di Filippi e a Lidia, la donna incontrata presso il fiume. Quei cristiani forse non comprendevano tutto ciò che Paolo annunciava, ma camminavano nel Vangelo. Ed è proprio questo che rendeva bello per Paolo continuare a vivere e lavorare con loro.
La sua gioia non consiste soltanto nel conoscere Cristo con la mente, ma nel condividere la vita, raccontare ciò che ha visto, accompagnare altri e camminare insieme.
Cristo è glorificato nella nostra vita concreta
Paolo arriva così a una delle sue espressioni più belle: Cristo sarà glorificato nel suo corpo, sia che egli viva sia che muoia.
La ricompensa non è semplicemente qualcosa che riceveremo alla fine. È già il fatto che, attraverso la nostra vita concreta, possiamo glorificare Cristo.
E questo vale per tutti noi: giovani e anziani, persone capaci e persone fragili, ciascuno con la propria storia e la propria “carnalità”, con la propria vita quotidiana. Semplicemente perché siamo nella vigna del Signore e viviamo la relazione con lui, possiamo glorificarlo.
Per questo possiamo già ringraziare Dio. La ricompensa comincia qui, nella gioia quotidiana di essere chiamati.
Ogni giorno una nuova chiamata
Non siamo mai semplicemente “assunti” una volta per tutte. Ogni giorno dobbiamo ritrovare la gioia di essere chiamati a lavorare per il Signore.
Il nostro lavoro nella vigna assomiglia a quello del Figlio: è un’offerta della nostra vita. Non siamo chiamati a controllare continuamente gli orari, a calcolare quanto abbiamo dato o quanto ci spetta. È come accade con le persone che amiamo: quando siamo con loro, non stiamo a misurare il tempo trascorso insieme. Ci basta esserci.
Questa è la logica del Padre: un Padre straordinario che non smette mai di uscire, cercare, chiamare e offrire una possibilità.
Per questo, in questa domenica, possiamo semplicemente rallegrarci e ringraziarlo: siamo stati cercati, siamo stati chiamati, siamo nella sua vigna e il dono della sua bontà è già la nostra ricompensa.


