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Riscoprire la nostra dignità e viverla nell’accoglienza – Omelia XIII domenica TO A S Andrea

28 giu 2026 · 14 min. 43 sec.

Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza - Omelia XIII domenica TO A S Andrea

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Descrizione
Nel Vangelo di oggi ci sono due affermazioni molto forti di Gesù. La prima riguarda la nostra dignità di discepoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». La seconda riguarda l’accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me». Entrambe ci invitano a riscoprire il dono ricevuto da Dio e il modo concreto con cui siamo chiamati a viverlo.

La provocazione dell’essere degni di Cristo

Ci fermiamo anzitutto sulla parola “degni”. È un’espressione che ci mette in difficoltà, perché nel nostro linguaggio la dignità sembra sempre legata ai meriti, alle capacità, all’essere all’altezza di un compito. Pensiamo che essere degni significhi aver dimostrato qualcosa, essere particolarmente bravi o fedeli.

Se ci chiedessimo sinceramente chi si sente degno del Signore, probabilmente pochi alzerebbero la mano. La distanza tra noi e Gesù ci appare troppo grande. Ci viene più spontaneo ripetere le parole del figlio prodigo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio», oppure quelle del centurione: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Eppure proprio in questi episodi il Vangelo ci mostra che Dio non si ferma alla nostra indegnità: il padre accoglie il figlio con una festa e Gesù loda la fede del centurione.

Comprendiamo allora che la dignità di cui parla il Vangelo non nasce dai nostri meriti, ma dall’iniziativa gratuita di Dio.

Una dignità che riceviamo gratuitamente

Riconosciamo che non siamo noi a renderci degni di Cristo: è Lui che ci rende degni di sé. Ci ama, ci sceglie, ci accoglie, ci perdona e continua a venire nella nostra vita nonostante i nostri limiti.

Possiamo domandarci con stupore perché il Signore abbia voluto entrare nella nostra esistenza. Cosa ha visto in noi? Perché continua ad amarci anche quando sperimentiamo i nostri fallimenti, le difficoltà nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio alla comunità e quando ci sembra di aver sprecato tanti doni ricevuti?

La risposta è che la nostra dignità è un dono ricevuto, non una conquista personale.

Immersi in Cristo attraverso il Battesimo

La seconda lettura, dalla Lettera ai Romani, illumina profondamente questa verità. Siamo stati battezzati in Cristo, immersi nella sua morte e nella sua risurrezione. Così come Lui è morto ed è risorto, anche noi siamo morti al peccato e possiamo camminare in una vita nuova.

Paolo usa espressioni straordinarie: siamo viventi per Dio in Cristo, siamo destinati a vivere con Lui. Tutto questo supera infinitamente ciò che potremmo meritare. È un regalo totalmente gratuito, tanto più sorprendente perché Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori.

Per questo la prima grande conversione consiste nell’accogliere questa dignità ricevuta. Dio ci dona tutto ancora prima che noi possiamo dimostrare qualcosa. È un dono anticipato che trasforma la nostra vita.

Essere degni significa assomigliare a Gesù

Proprio perché siamo stati resi degni da Cristo, possiamo iniziare ad assomigliargli. Essere degni non significa sentirsi superiori, ma imparare ad amare come ama Lui.

Gesù non ci chiede di amare meno i nostri genitori, i nostri figli o le persone care. Ci invita piuttosto a far nascere ogni amore dall’amore ricevuto da Lui. Solo se ci lasciamo amare da Cristo possiamo amare veramente gli altri.

Questa dignità ci rende capaci anche di affrontare la nostra croce. Normalmente vorremmo liberarci delle nostre sofferenze, depositarle da qualche parte e non pensarci più. Invece Gesù ci invita a prenderle sulle spalle e a seguirlo.

Le nostre croci sono molteplici e ciascuno potrebbe raccontare le proprie. Non sono un ostacolo alla vita del discepolo, ma il luogo in cui possiamo conformare sempre più la nostra vita a quella di Cristo, che ha portato la sua croce fino a donare completamente sé stesso.

Questa stessa forza ci permette perfino di perdere la nostra vita, cioè di donarla senza riserve. Possiamo spenderci interamente per la nostra famiglia, per i figli, per gli altri, senza trattenere nulla per noi, proprio perché siamo figli amati e resi degni dal Signore.

La seconda provocazione: l’accoglienza

La seconda parte del Vangelo apre una prospettiva altrettanto sorprendente: «Chi accoglie voi accoglie me».

Essere discepoli non è un privilegio da custodire gelosamente. La dignità ricevuta è destinata a essere condivisa. Gesù si serve di noi perché gli altri possano incontrarlo.

Non possiamo rinchiuderci nelle nostre case, soddisfatti della nostra fede e del nostro rapporto personale con Dio. Siamo inviati a uscire e a lasciarci accogliere dagli altri, proprio come aveva fatto Gesù inviando i suoi discepoli.

L’accoglienza diventa così il luogo concreto dell’incontro con Cristo.

Incontrare il Signore attraverso le persone

Forse nessuno di noi ha visto fisicamente Gesù. Eppure possiamo dire di averlo incontrato molte volte.

Lo abbiamo visto nelle persone che ci hanno accolto, nei nostri genitori, nei familiari, in chi ci ha insegnato a vivere, ad ascoltare la Parola di Dio, in chi ci ha donato anche solo un gesto semplice di attenzione e di bene.

Ogni persona che ci ha mostrato il Vangelo ci ha fatto conoscere il volto del Signore. Per questo Gesù afferma che anche un semplice bicchiere d’acqua fresca donato a uno dei suoi piccoli non resterà senza ricompensa.

Vivere ogni relazione come accoglienza

Comprendiamo allora che tutta la nostra dignità di discepoli si realizza nell’accoglienza.

Siamo chiamati ad accoglierci reciprocamente nella famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, con i vicini di casa, i colleghi di lavoro e tutte le persone che incontriamo.

Accogliere significa ascoltare, prendere per mano, condividere il cammino, aiutarsi e volersi bene. Spesso siamo più disponibili a dare qualcosa di materiale che a offrire noi stessi. Preferiamo consegnare un aiuto economico e poi mantenere le distanze, evitando che l’altro entri davvero nella nostra vita.

Gesù invece manda i suoi discepoli senza nulla, proprio perché imparino a ricevere il bene che gli altri sono capaci di offrire e a costruire relazioni autentiche.

L’esempio della donna che accoglie Eliseo

Anche la prima lettura ci offre un esempio luminoso di questa accoglienza. Una donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e decide dapprima di offrirgli da mangiare. Poi comprende che può fare di più e prepara per lui una piccola stanza con un letto, una sedia e una lampada.

Può sembrare poco, ma è un gesto di straordinaria generosità. Quella donna non cerca alcuna ricompensa e afferma di vivere serenamente con il suo popolo, senza desiderare altro.

Proprio per questa gratuità riceve in dono ciò che sembrava impossibile: un figlio, nonostante l’età avanzata del marito. L’accoglienza diventa così il luogo in cui Dio fa fiorire una vita nuova.

Riscoprire la nostra dignità e viverla nell’accoglienza

Concludiamo questa riflessione ringraziando il Signore per il dono della dignità che ci ha gratuitamente regalato. Non è una dignità conquistata, ma ricevuta attraverso il suo amore, il suo perdono e il Battesimo che ci ha immersi nella sua vita.

Proprio perché siamo stati resi degni di Cristo, siamo chiamati a vivere da suoi discepoli, portando le nostre croci, donando la nostra vita e trasformando ogni relazione in un’occasione di accoglienza. È lì che il Vangelo prende forma, è lì che gli altri possono incontrare il Signore attraverso di noi ed è lì che anche noi continuiamo a incontrare Lui.