G

Dio trasforma la fragilità in meraviglia – Omelia 4a domenica di quaresima anno A bvi 18

16 mar 2026 · 11 min. 48 sec.

Dio trasforma la fragilità in meraviglia - Omelia 4a domenica di quaresima anno A bvi 18

Scarica

Descrizione
Come ragiona Dio quando deve scegliere un re? Se fossimo noi a scegliere, probabilmente useremmo criteri molto chiari: il più forte, il più alto, il più coraggioso, quello che sa comandare meglio o che appare più capace di guidare gli altri. In fondo, anche nella vita quotidiana ragioniamo così: cerchiamo persone che mostrino forza, capacità, leadership. Pensiamo che per governare servano caratteristiche evidenti e potenti.

Ma la Scrittura mi mostra che Dio non ragiona come noi. Quando il profeta Samuele viene mandato nella famiglia di Iesse per scegliere il nuovo re, davanti a lui passano tutti i figli: il primogenito, poi il secondo, il terzo e così via. Tutti sembrano avere le qualità giuste. Eppure Dio dice che nessuno di loro è quello scelto.

Alla fine si scopre che manca un figlio: il più piccolo, Davide. Non era nemmeno in casa con gli altri, perché stava nei campi a pascolare le pecore. Era un pastorello, l’ultimo, il meno considerato. Agli occhi della famiglia e persino di Samuele sembrava insignificante. Certo, era bello, con un bel volto e un sorriso luminoso, ma questo non lo rendeva importante.

Eppure Dio conosceva il suo cuore. Non lo sceglie per la forza o per il potere, ma perché vede dentro di lui qualcosa che gli altri non vedono.

Davide e la forza che nasce dalla fiducia

La scelta di Davide dimostra che Dio non guarda l’apparenza. Non sceglie in base alla bravura, alla reputazione o alla forza fisica. Lui sa leggere il cuore.

Questo si vede bene anche nell’episodio famoso di Davide e Golia. Tutti avevano paura di quel gigantesco guerriero filisteo: era enorme, armato, spaventoso. Nessuno aveva il coraggio di affrontarlo.

Davide invece si presenta con una fionda. Non ha un’armatura, non ha una spada grande. Eppure ha una fiducia enorme. Ricorda che ha già difeso il gregge dai leoni e dagli animali feroci. Con un solo colpo riesce a sconfiggere Golia.

Questo episodio mi fa capire che la forza vera non è quella che appare. È quella che nasce dalla fiducia in Dio. Dio sceglie persone che agli occhi del mondo sembrano piccole, ma che nel cuore hanno spazio per Lui.

Il cieco nato: un uomo apparentemente inutile

Il Vangelo racconta una storia ancora più sorprendente. Il protagonista è un cieco nato. Una persona che non ha mai visto nulla nella sua vita.

Secondo la mentalità del tempo, una persona così non aveva valore sociale. Non poteva lavorare e l’unica cosa che poteva fare era mendicare. Viveva dipendendo dagli altri, seduto alla porta a chiedere l’elemosina.

Persino i discepoli fanno una domanda terribile: vogliono sapere chi ha peccato per causare quella disgrazia, se lui o i suoi genitori. È una domanda crudele, che mostra quanto facilmente giudichiamo la vita degli altri.

Gesù invece non lo giudica. Quando passa, lo vede davvero. Capisce che quell’uomo ha dentro una grande potenzialità e decide di incontrarlo.

Il coraggio e la fede del cieco guarito

Gesù compie un gesto molto concreto: sputa per terra, fa del fango e lo mette sugli occhi del cieco. Poi gli dice di andare a lavarsi alla piscina di Siloe.

Per il cieco non è una richiesta semplice. Deve camminare per un tratto di strada senza vedere nulla, con il fango sugli occhi. Eppure si fida. Obbedisce. Va a lavarsi.

E torna vedendoci.

Da quel momento però la sua vita diventa complicata. Molti non vogliono credere a ciò che è successo. Alcuni dicono che non è lui, che assomiglia soltanto al cieco di prima. Lui invece continua a ripetere con semplicità la verità: prima non vedeva e adesso vede.

Gli chiedono chi lo ha guarito, ma lui sa solo che si chiama Gesù. Non sa dove si trovi. Non conosce ancora bene chi sia, ma è certo di una cosa: nella sua vita è accaduto qualcosa di grande.

La solitudine e la ricerca di Gesù

Nemmeno i suoi genitori lo difendono. Per paura delle autorità religiose scaricano la responsabilità su di lui e dicono che è adulto e può rispondere da solo.

Nonostante tutto, lui continua a difendere l’esperienza che ha vissuto. È stato cieco e ora vede: questa è la sua verità.

I capi religiosi non accettano il miracolo e alla fine lo cacciano fuori dalla sinagoga. È un gesto molto duro: significa essere escluso dalla comunità.

Ed è proprio in quel momento che accade qualcosa di bellissimo. Quando Gesù viene a sapere che lo hanno espulso, va a cercarlo. Lo incontra e gli chiede se crede nel Figlio dell’uomo.

Il cieco domanda: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?».

Gesù risponde: «Sono io, che ti parlo».

A quel punto l’uomo si prostra davanti a lui. Finalmente ha trovato il suo Signore.

Gesù che valorizza chi è scartato

Questa storia mi ricorda anche l’incontro di Gesù con la samaritana, raccontato nel Vangelo della domenica precedente. Anche lei era una donna disprezzata: aveva avuto molti mariti e viveva una situazione difficile. Per questo andava al pozzo a mezzogiorno, quando non c’era nessuno.

Eppure Gesù va proprio da lei e le chiede da bere. La coinvolge, la valorizza, la fa sentire importante.

Gesù agisce sempre così. Non guarda il passato, non giudica la storia delle persone. Lui conosce il cuore e cerca di tirare fuori il meglio che c’è dentro ciascuno di noi.

Il funerale di un bambino

Ripenso anche a un’esperienza molto dolorosa vissuta proprio il giorno prima. Ho celebrato il funerale di un bambino di sei anni, nella chiesa di Sant’Andrea.

Quel bambino aveva avuto grandi difficoltà fin dalla nascita. Durante la gravidanza c’era stato un incidente e lui era nato con problemi molto seri. Ha passato gran parte della sua vita tra ospedale e casa. Alla fine un’infezione lo ha portato via.

Davanti a una vita così breve e fragile, la domanda viene spontanea: che valore ha avuto questa vita?

Quel bambino non parlava e passava molto tempo nel suo letto. Sembrava quasi incapace di fare qualcosa. Eppure una delle educatrici presenti al funerale ha letto una lettera commovente. Diceva che quando lei si avvicinava, il bambino la guardava negli occhi e le stringeva il dito con la sua piccola mano.

Era l’unica cosa che riusciva a fare.

Eppure quella semplice presenza ha generato tantissimo amore. La chiesa era quasi piena. I familiari, le educatrici, le persone che lo avevano conosciuto erano profondamente toccate. Quel bambino aveva voluto bene a tutti: ai genitori, alla nonna che lo aveva assistito, alle persone che si prendevano cura di lui.

Aveva creato intorno a sé un movimento di affetto.

L’opera di Dio nella vita

Questo mi fa capire qual è la vera opera di Dio. Non è diventare ingegneri, piloti, vescovi o persone di successo.

L’opera di Dio è amare.

È far sentire gli altri accolti e valorizzati. È guardare qualcuno e dirgli con la propria vita: tu sei importante.

Quell’educatrice piangeva perché diceva che quel bambino l’aveva amata così com’era, senza guardare al suo passato o alla sua storia. Questo è qualcosa di straordinario.

Come il cieco nato del Vangelo, anche quel bambino ha manifestato le opere di Dio.

Camminare nella luce

Questa parola riguarda anche me e riguarda ciascuno di noi. Possiamo avere tanti limiti, tante difficoltà, persino sentirci inutili. A volte l’età, la solitudine o la malattia ci fanno pensare di non servire più a niente.

Ma il Signore guarda il cuore.

Lui può trasformare anche la nostra fragilità in una meraviglia. Può farci passare dalle tenebre alla luce, proprio come è accaduto al cieco nato.

L’unica cosa che ci chiede è dire di sì.

Il rischio invece è quello di comportarci come i farisei, che rifiutano continuamente l’opera di Dio e giudicano gli altri dicendo: “Tu non vali niente, sei un peccatore”.

Per questo, in questo cammino di Quaresima e nelle settimane che ci separano dalla Pasqua, sento l’invito a rimanere nella luce. Come dice san Paolo: non tornare alle opere delle tenebre.

Siamo stati salvati.
E siamo chiamati a camminare nella luce.