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Il segno scandaloso scelto da Dio: un bambino – Omelia 4a domenica di avvento anno A

21 dic 2025 · 13 min. 21 sec.

Il segno scandaloso scelto da Dio: un bambino - Omelia 4a domenica di avvento anno A

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Descrizione

Achaz e il rifiuto di Dio nel gioco dei potenti

Rimango colpito dal modo in cui il profeta Isaia presenta il re Achaz: immerso nel gioco delle alleanze, del potere e delle strategie politiche, Achaz pensa di non aver bisogno di Dio. Quando il Signore, tramite il profeta, gli offre un segno, lui rifiuta con una frase apparentemente pia: non vuole tentare il Signore. In realtà, ciò che emerge è un disinteresse profondo, una convinzione di potercela fare da solo.

È impressionante però l’insistenza di Dio. Nonostante il rifiuto, il Signore continua a parlare, arrivando quasi a rimproverare: non basta stancare gli uomini, ora volete stancare anche Dio? Questa parola rivela una tensione profonda tra la libertà dell’uomo e la fedeltà di Dio all’alleanza.

La stanchezza di Dio e la ribellione del cuore umano

Questo atteggiamento di autosufficienza non appartiene solo ai potenti, ma anche a noi. È il desiderio di fare da soli, di dimenticare l’alleanza e di non camminare nella legge di Dio. Un atteggiamento che, in modo sorprendente, “stanca” il Signore. Fa impressione pensare a un Dio che si stufa, che si disgusta, eppure la Scrittura lo dice chiaramente.

Il Salmo 94 ricorda come Dio si sia disgustato per quarant’anni di quella generazione dal cuore traviato, già nel deserto. Non bastava al popolo l’amore di Dio, la liberazione dall’Egitto, il dono della legge. Questo rifiuto è radicato nel cuore umano fin dall’inizio, dalla ribellione di Adamo ed Eva. Eppure, nonostante tutto, Dio continua instancabilmente a cercarci.

Il segno scandaloso scelto da Dio: un bambino

Proprio qui sta ciò che più mi colpisce: il segno che Dio sceglie per smuovere il cuore del popolo. Non un evento clamoroso, non una vittoria militare o una catastrofe cosmica, ma una vergine che concepisce e partorisce un figlio, chiamato Emanuele.

È un segno fragile, scandaloso nella sua piccolezza: un bambino. Un segno che potrebbe facilmente passare inosservato, scomparire, non imporsi. Eppure è questo il segno dato ad Achaz, al suo popolo e a noi. Oggi, in un tempo in cui i bambini sono pochi e preziosi, questa fragilità parla ancora più forte. Preparandoci al Natale, ci accorgiamo che i bambini “ci stanno tra i piedi”, ma proprio questo è il loro dono: sono il segno che Dio è con noi.

I bambini come luce nel buio della storia

Ripenso a momenti concreti vissuti in comunità: l’accoglienza della luce, i bambini del catechismo e degli scout, guardati con commozione. Siamo fortunati ad avere bambini non solo perché rappresentano il futuro, ma perché sono il segno vivo dell’Emmanuele.

Penso anche a un papà che aspetta un figlio: un uomo apparentemente duro, con la barba lunga, che si illumina appena sente parlare di un bambino. E poi le immagini drammatiche di Gaza, visitata dal patriarca Pierbattista Pizzaballa: una terra distrutta, con tantissimi bambini morti, persino neonati morti di freddo. Eppure, in mezzo a tutto questo, bambini che accolgono, che giocano, che fanno scuola, che preparano una recita di Natale. Sono loro la luce. È questo il segno che Dio continua a mettere nella nostra vita: Gesù Cristo.

Giuseppe e lo scandalo di un Dio che entra nella storia

Il Vangelo racconta come Gesù Cristo viene generato ed entra nella storia, e subito pone un problema a Giuseppe. Mi colpisce la sua interiorità, il suo pensare, il suo cercare una via giusta senza rinnegare l’amore per Maria. È nel sogno che riceve la parola decisiva: non temere di prendere con te Maria, perché il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.

Questo bambino è un dono di Dio, il Salvatore, e Giuseppe è chiamato ad accoglierlo, a dargli un nome, a prendersi cura di lui. Tutto il mistero passa attraverso la carne di una donna e l’obbedienza silenziosa di un uomo. Ed è qui che emerge la nostra paura: abbiamo paura di un segno così piccolo, di dover concentrare la nostra vita sulla cura e sull’accoglienza di Dio nei piccoli.

Lo stile di Giuseppe: silenzio, fiducia e cammino

Giuseppe non parla, non discute, non chiede spiegazioni. Si sveglia e fa ciò che l’angelo gli ha detto. Forse non comprende tutto il progetto, ma cammina. Per lui è essenziale restare con la sua sposa e con questo dono di Dio.

Più avanti dovrà ancora fidarsi: fuggire in Egitto, tornare, sfuggire a Erode, un re grottesco terrorizzato da un bambino. Anche noi siamo invitati a non temere di prendere con noi questo Dio piccolo, innocente e impotente davanti alle grandi sfide della vita.

Servi e chiamati: la strada indicata da Paolo

Infine, mi risuona con forza l’inizio della Lettera ai Romani: Paolo si definisce servo di Gesù Cristo. Servo di un bambino. Apostolo per chiamata. Questa parola, “chiamata”, ritorna più volte e diventa centrale: tutti siamo chiamati da Gesù Cristo, amati da Dio, santi per chiamata.

Paolo, che un tempo perseguitava la Chiesa, si è scoperto servo per vocazione. Anche noi siamo chiamati a una strada di servizio, quasi di schiavitù, non per costrizione ma per amore. È questa strada che ci fa gustare l’amore di Dio e ci introduce nella santità.

Questa chiamata non è solo individuale, ma comunitaria. Siamo “segregati” – nel senso forte del termine – per il Vangelo, per occuparci della piccolezza di Dio che entra nella nostra vita. Se rifiutiamo questa chiamata, rischiamo di fare come Achaz e perdere tutto. Ma Dio è più forte del nostro orgoglio: la sua potenza nella piccolezza continua a muovere i cuori.

Per questo voglio allargare il cuore e prepararmi all’incontro con il bambino Gesù che nasce a Betlemme, mettendomi anche io sulla strada silenziosa e fiduciosa indicata da Giuseppe.