Essere poveri non è una colpa, è uno spazio aperto a Dio – Omelia della IV domenica del TO anno A..m4a

Descrizione
In questo mi ha aiutato molto la lettera di san Paolo, su cui oggi mi soffermo in modo particolare. Paolo dice chiaramente: guardatevi intorno, non ci sono tra voi molti sapienti secondo il mondo, né molti potenti, né molti nobili. La comunità di Corinto, che conosciamo come una comunità molto varia, eterogenea e anche divisa, non si distingue certo per la presenza di persone forti, influenti o prestigiose. E anche quando queste ci sono, non è quella la caratteristica che le definisce come membri della comunità cristiana.
La chiamata: perché siamo qui?
Paolo invita a considerare la nostra chiamata. Perché siamo qui? Perché facciamo parte di questa comunità? Lo possiamo dire anche di noi: perché ci sentiamo cristiani, perché siamo qui oggi? La chiamata è un tema centrale. Mi viene in mente la chiamata dei discepoli sulle rive del lago, di cui parlava il Vangelo della domenica precedente: Gesù chiama due coppie di pescatori, persone normali, non particolarmente povere ma nemmeno potenti, uomini di una regione marginale come la Galilea, descritta come una terra nelle tenebre.
Allora la domanda è: cosa ci chiama? Cosa ci attira? Perché il Signore chiama proprio noi? Non perché siamo sapienti, non perché siamo capaci o forti secondo i criteri del mondo. Siamo qui per un altro motivo, più profondo.
La scelta sconvolgente di Dio
Paolo continua con parole molto forti: Dio ha scelto ciò che è stolto per il mondo per confondere i sapienti, ciò che è debole per confondere i forti, ciò che è ignobile e disprezzato. Qui il termine “ignobile” è potentissimo: indica ciò che non ha nascita, ciò che non vale nulla. Dio sceglie proprio questo.
Dio fa delle scelte, ha delle preferenze, e sono scelte destabilizzanti. Io, invece, mi ritrovo spesso dall’altra parte: tendo a considerarmi sapiente, forte, valido. Ma non è per questo che Dio sceglie. Lui sceglie l’opposto. In questi giorni si parla molto di scelta, e anche tra fratelli ci si chiede: siamo noi che scegliamo o è Dio che ci sceglie? Certo, anche noi facciamo delle scelte, ma è soprattutto Lui che sceglie, che chiama.
Dire sì alla scelta di Dio: Maria come modello
Il nostro compito, in fondo, è acconsentire alla sua scelta, dire di sì. Come ha fatto Maria. Lei è stata scelta, prima ancora di scegliere. All’inizio è turbata, fa domande, ma poi pronuncia quel sì decisivo: “Eccomi, sono la serva del Signore”.
Dio non sceglie Maria perché è bravissima o perfetta, ma perché è piccola. Lo dice lei stessa nel Magnificat: Dio ha guardato all’umiltà, alla piccolezza della sua serva. Questa è la logica di Dio. Anche noi siamo qui perché siamo deboli, perché abbiamo bisogno del Signore, perché abbiamo bisogno di essere salvati, consolati, accolti in un regno, perché abbiamo bisogno di pace. Non ce la facciamo da soli.
Il popolo umile e povero, destinatario della promessa
Questa logica la ritroviamo anche nel profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero”. Dopo l’esilio e le prove, ciò che resta è un popolo povero e umile. E il profeta invita proprio loro a cercare il Signore, la giustizia, l’umiltà. I ricchi non cercano il Signore, perché si bastano a se stessi; i poveri sì, perché ne hanno bisogno.
Questa scelta di Dio la vediamo anche nella vita quotidiana, nelle nostre famiglie. Pensiamo ai bambini, soprattutto a quelli piccoli e fragili. O pensiamo agli anziani. In una famiglia, quando c’è un figlio più debole o sofferente, è su di lui che si concentrano più cure, più attenzioni, più amore. È lui, in un certo senso, il privilegiato.
Le beatitudini come spazio della presenza di Dio
È in questo contesto che si collocano le beatitudini. Gesù, sul monte, proclama beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Le condizioni di povertà, umiliazione, mitezza, fame di giustizia non sono una disgrazia, ma un’occasione per sperimentare più da vicino la presenza di Dio, la sua predilezione, il suo intervento. Da qui nasce una felicità vera, una pace profonda.
Non siamo felici quando esercitiamo la nostra forza o la nostra ricchezza. La vera pienezza di felicità è sentirci raggiunti dal Signore.
La croce impressa nella nostra vita
Raccontando un’esperienza con i bambini del catechismo, riflettendo sul segno della croce, abbiamo detto che tracciamo la croce sul nostro corpo per dire che la nostra vita è il luogo in cui il Signore è presente: è il luogo dove Lui si appoggia, dove perdona, dove guarda gli altri. Addirittura, la presenza del Signore è in noi che siamo come una croce. Questo è bellissimo.
Paolo conclude dicendo che Dio ha fatto tutto questo perché nessuno possa vantarsi davanti a Lui. È grazie a Dio che noi siamo in Cristo Gesù. Proprio le nostre debolezze rendono ancora più evidente la presenza di Cristo in noi: Cristo è in noi, Cristo brilla nella nostra vita, nella nostra vita piccola.
Una scelta che include tutti
Per questo dobbiamo ringraziare il Signore. Qui sta la ragione del nostro essere suoi discepoli, del guardarlo sulla croce, del partecipare all’Eucaristia, dell’essere qui come comunità. Dobbiamo rallegrarci ed esultare per questa scelta di Dio, perché è una scelta che non esclude nessuno, ma coinvolge tutti.
Anche chi pensa di farcela da solo, prima o poi, dovrà tornare alla gioia di questa beatitudine. E allora non ci resta che ringraziarlo e dire anche noi, come Maria, il nostro sì a questa sua scelta per noi.


