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Omelia 3a domenica di avvento anno A

14 dic 2025 · 13 min. 12 sec.

Omelia 3a domenica di avvento anno A

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Descrizione
Vivo questa domenica come una tappa davvero particolare del cammino di Avvento. Le parole del profeta Isaia — «Si rallegrino il deserto e la terra arida» — descrivono perfettamente il senso di questa celebrazione, chiamata non a caso Domenica della Gioia. Anche l’abito liturgico rosa lo manifesta visibilmente. Dopo le prime due domeniche segnate dall’attesa vigile e dalla conversione, oggi emerge con forza un invito nuovo: la gioia, l’esultanza, l’allegrezza.

Ripenso alle domeniche precedenti. La prima ci aveva chiamati a essere pronti, come Noè che costruiva l’arca preparando l’arrivo del diluvio: un invito a prepararci alla venuta del Signore nel Natale. La seconda, invece, ci aveva messo davanti Giovanni Battista con il suo grido deciso: «Convertitevi, il Regno dei Cieli è vicino». Un appello forte, che aveva smosso folle intere, da Gerusalemme e da tutta la Giudea, tutte in fila a confessare i propri peccati. Anche i farisei c’erano, pur con il rischio di sentirsi non bisognosi di conversione. In entrambe queste domeniche, però, la gioia non era ancora protagonista.

Una gioia che nasce nel deserto

La gioia di oggi non è affatto superficiale o “zuccherosa”. L’invito alla gioia è rivolto al deserto, alla terra arida, a chi ha le mani fiacche e le ginocchia vacillanti, a chi è stanco, zoppo, cieco, sordo. In fondo, è rivolto a noi. È proprio a chi vive situazioni di fatica, di aridità, di sete e di bisogno che il profeta dice: «Coraggio, non temete: ecco il vostro Dio viene a salvarvi».

Questa è una gioia che anticipa il futuro, una gioia “sulla fiducia”. Il Signore non è ancora arrivato, gli esiliati non sono ancora tornati a Gerusalemme, il deserto è ancora deserto, magari con qualche fiore che spunta, ma gli zoppi sono ancora zoppi. Eppure siamo invitati a gioire già ora, certi che il Signore verrà e che la sua venuta sarà qualcosa di straordinario. È una gioia che non può attendere, che ci chiede di allargare lo sguardo oltre la nostra situazione immediata, oltre il nostro piccolo orizzonte.

La pazienza dell’agricoltore come immagine della speranza

Questa gioia non è cieca né illusoria. È fondata su segni concreti, come ci ricorda la lettera di Giacomo. L’immagine dell’agricoltore mi colpisce molto: egli non si limita a guardare il campo sognando il raccolto, ma lavora, semina, prepara la terra. Sa, nel profondo, che quel lavoro sarà ricompensato. Il raccolto potrà essere abbondante o meno, ma arriverà di sicuro.

Per questo l’agricoltore sa attendere con pazienza e costanza, e può già rallegrarsi mentre guarda il campo, prima ancora di mietere. È la stessa logica che siamo chiamati a vivere anche noi: una gioia che nasce dall’attesa fiduciosa, sostenuta dalla certezza che il Signore mantiene le sue promesse.

Giovanni Battista, il dubbio e l’attesa nel carcere

Questa stessa logica la ritrovo nella figura di Giovanni Battista. Giovanni conosce Gesù: si erano incontrati ancora nel grembo delle loro madri, erano parenti, e Giovanni lo aveva riconosciuto al battesimo nel Giordano. Aveva annunciato con forza la venuta di uno più grande di lui. Eppure, nel Vangelo di oggi, lo troviamo in carcere, in una situazione di chiusura e di apparente fallimento: il suo annuncio sembra finito.

Dal carcere Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù con una domanda disarmante: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». Questo mi colpisce profondamente, perché mostra un Giovanni Battista umano, che non ha tutte le certezze, che osa fare domande. Non è scoraggiato, ma sente il bisogno di riconoscere con chiarezza colui che deve venire. Come l’agricoltore, non ha ancora il raccolto tra le mani, ma sa che arriverà.

I segni concreti del Messia: ascoltare e vedere

La risposta di Gesù è altrettanto significativa. Non dice semplicemente: “Sì, sono io”. Invita invece a un cammino: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete». La fede passa attraverso l’ascolto e lo sguardo. I segni sono concreti e ben visibili: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.

Questi non sono discorsi astratti. Nel Vangelo di Matteo, prima di questo episodio, Gesù aveva realmente compiuto questi miracoli. Ma c’è di più: in queste opere risuonano chiaramente le parole del profeta Isaia. Gesù invita a mettere insieme ciò che si è sempre ascoltato nella Scrittura con ciò che ora accade concretamente nella vita delle persone. La Parola diventa realtà, si fa carne, si attua. Questo è il segno decisivo per Giovanni Battista e per i suoi discepoli.

Riconoscere i miracoli nella nostra vita quotidiana

Anche noi, in questa domenica, siamo invitati a rallegrarci con gratitudine, perché ci sono segni concreti anche nella nostra vita. C’è una Parola che ci invita ad alzare lo sguardo, ad avere pazienza, ad attendere. E ci sono i “miracoli”, piccoli e grandi. Ricordo una domanda fatta dai bambini del catechismo: «Ma allora, oggi, che miracoli fate?». È una domanda bellissima.

Forse i miracoli non sono sempre spettacolari: sono l’aiutarsi a camminare quando si è un po’ zoppi, il cominciare a vedere la realtà in modo diverso, il ritrovare speranza. Mi sento chiamato a fare un vero “compito a casa”: ricordare, in questa settimana, tutti i segni di bene che ho vissuto, anche quelli più piccoli. Sono segni di speranza e di gioia che il Signore ha messo nella mia vita, anche quando essa assomiglia a un deserto, a una terra assetata, segnata da tristezza e oscurità.

Penso, ad esempio, a una mia amica che ha perso un figlio, Pietro, e proprio oggi ne ricorre l’anniversario. Per lei non è facile esultare. Eppure, anche dentro un dolore così grande, ci sono segni piccoli ma reali di risurrezione, capaci di farle alzare lo sguardo.

Diventare profeti della gioia

Con pazienza e costanza, anche noi possiamo indossare simbolicamente l’abito rosa ed essere gioiosi. È una gioia che freme, che desidera l’incontro con il Signore, ma che già oggi può diventare sorriso ed esultanza. Gesù lo dice chiaramente: «Ai poveri è annunciato il Vangelo». E quei poveri siamo proprio noi.

Siamo destinatari di questa buona notizia, ma anche annunciatori con la nostra vita. Non possiamo tornare a casa col muso lungo, magari rovinando anche la gioia degli altri. Siamo chiamati a raccontare le piccole gioie che viviamo, quei segni che ci confermano che è proprio Lui colui che dobbiamo attendere. Come Giovanni Battista, anche noi siamo invitati a diventare profeti di questa gioia.

Per questo mi sento chiamato a rallegrarmi insieme alla comunità, in questa celebrazione, pregustando fin d’ora quella gioia piena che vivremo quando finalmente lo incontreremo faccia a faccia.