Lo sguardo al cielo e il coraggio del cammino – Omelia Epifania 2026 S. Andrea

Descrizione
In questa festa dell’Epifania mi trovo a riflettere a partire da un’esperienza molto concreta e personale: il viaggio appena concluso in Terra Santa. Sono rientrato solo ieri, dopo aver condiviso questi giorni con sette diaconi del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha nel suo DNA l’invio dei missionari in tutto il mondo. Il gruppo era estremamente vario: cinque indiani, uno dello Zambia e uno della Costa d’Avorio, con base a Monza ma con storie, culture e sensibilità profondamente diverse. Con noi c’erano anche don Marco Bonfiglioli, don Stefano di San Lazzaro, don Franco Govoni e un amico di Stefano. Un insieme eterogeneo, ricco, non omogeneo, che mi ha fatto pensare molto al senso stesso del nostro andare in Terra Santa, e in particolare a Betlemme.
I Magi: persone fuori dagli schemi
Al centro della liturgia di oggi ci sono i Magi, figure completamente fuori da ogni schema. Non appartengono al popolo di Israele, vengono da lontano, sono stranieri e, con la loro presenza, creano scompiglio e turbamento a Gerusalemme. Questo turbamento è una parola forte, che dice bene ciò che accade quando irrompe qualcosa di inatteso. I Magi arrivano con una domanda decisiva: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?”. Hanno visto sorgere la sua stella e si sono messi in cammino per adorarlo.
In un certo senso, il loro viaggio rispecchia anche il mio, e quello che abbiamo fatto insieme in questi giorni: un viaggio che parte da lontano, che nasce da un segno colto con attenzione, e che diventa ricerca. Il loro arrivo annuncia indirettamente qualcosa che il popolo attendeva da secoli, la nascita del Cristo, ma questo annuncio viene da chi è esterno, da chi ha avuto lo sguardo abbastanza alto per accorgersi di una stella nuova.
Lo sguardo al cielo e il coraggio di mettersi in cammino
I Magi sono uomini capaci di guardare il cielo. Oggi facciamo fatica perfino a vedere le stelle: le nuvole, l’inquinamento luminoso, la fretta. Eppure, quando ci capita di vederle davvero, magari in montagna o in luoghi isolati, restiamo incantati. Sono talmente tante che riconoscerne una nuova sembra impossibile. E invece loro ci riescono: capiscono che quella stella è il segno della nascita di un re e decidono di partire.
Questa mi sembra una caratteristica fondamentale anche per noi: lasciarci illuminare da un evento improvviso, magari atteso da tempo, e avere il coraggio di metterci in marcia. Il loro è stato certamente un viaggio lungo, faticoso, attraversando paesi e difficoltà che il Vangelo non racconta ma che possiamo facilmente immaginare. Non conoscevano bene la strada, si sono lasciati guidare dalla stella e, arrivati a Gerusalemme, hanno dovuto chiedere informazioni. È un viaggio che conta proprio perché è cammino.
Alzarsi, non restare seduti
La prima lettura parla di un popolo invitato ad alzarsi. Restare seduti significa restare nell’ombra; alzarsi, invece, permette di essere illuminati dalla gloria del Signore. I Magi sono persone che si sono alzate davanti a una luce e si sono messe in cammino. Questo interpella anche me: qual è il cammino che sto facendo? Qual è la ricerca che sono disposto a vivere con passione, anche pagando un prezzo?
L’alternativa è quella di Erode e di Gerusalemme: restare seduti nella propria casa, aspettare che siano gli altri a portare le notizie. Colpisce che nessuno accompagni i Magi a Betlemme. Nessuno dice: “Veniamo anche noi a vedere se davvero è nato il re”. Gerusalemme resta ferma, non si lascia coinvolgere, nonostante Betlemme sia a pochissimi chilometri di distanza. I Magi, invece, camminano soli, senza una carovana, guidati solo da una stella.
La gioia di ritrovare la stella
A un certo punto la stella ricompare, segno che per un tratto era sparita. Quando la rivedono, provano una gioia grandissima. Anche questa è una caratteristica fondamentale dei Magi: la gioia. Sanno che quella stella li accompagna e li conduce a un incontro. Un incontro sorprendente, perché arrivano e trovano un bambino con sua madre. È una scena semplice e potentissima.
Davanti a quel bambino si prostrano, si mettono in ginocchio, lo adorano. Il loro è un atteggiamento di grande semplicità e umiltà. Quel bambino è un re, ma appare un re marginale: nessun esercito, nessun palazzo, solo una mangiatoia, l’unico spazio disponibile. Eppure loro lo riconoscono e lo adorano.
Adorare e offrire ciò che siamo
Per questo desidero che anche noi, come già l’anno scorso, viviamo un momento di adorazione al termine della Messa. Abbiamo bisogno di riscoprire il gesto di metterci davanti al Signore, davanti a quel bambino, per adorarlo, ringraziarlo, affidargli la nostra vita, le nostre famiglie, la nostra comunità.
I Magi offrono oro, incenso e mirra. Conosciamo la loro simbologia, ma al di là dei significati, colpisce il gesto stesso: portare qualcosa di proprio, di prezioso, per onorarlo e riconoscerne la regalità. Questo interpella anche me: quali doni porto al Signore? Che cosa sono disposto a mettere davanti a lui?
Tornare a casa per un’altra strada
Dopo l’incontro, i Magi tornano a casa per un’altra strada. Non restano lì a cercare un ruolo o un riconoscimento. Tornano alla loro vita. Questo è fondamentale anche per noi: l’incontro con il Signore, il cammino, l’adorazione, l’offerta di ciò che siamo, non ci allontanano dalla vita, ma ci riportano a casa, trasformati, con una luce nuova e una gioia grande.
Il fatto che tutto questo avvenga attraverso persone straniere, fuori dagli schemi, ci fa sentire a nostro agio davanti a quel bambino. Anche nel viaggio in Terra Santa ho incontrato pellegrini di ogni tipo, cultura e colore. Questo aiuta a comprendere che la manifestazione del Signore è per tutti.
Un popolo unito nella diversità
La regalità di Gesù è una regalità universale: lui è il Signore di tutti. Questo ci fa sentire parte di una famiglia, di una Chiesa, di un popolo dalle infinite sfaccettature, in cui anche la mia ha posto. Anche quando mi sento marginale, fuori posto, indegno, peccatore, o guardo la mia vita con il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere, davanti a quel bambino c’è spazio per me.
Lui accoglie tutti, prende ogni dono, non scarta nulla. Per questo possiamo solo ringraziarlo. Come dice san Paolo, attraverso il Vangelo siamo eredi insieme, dello stesso corpo e della stessa promessa. Siamo uno, proprio a partire dalla nostra diversità.
Rimettersi in cammino dietro la stella
La festa dell’Epifania, allora, ci rimette in cammino. Ci invita a seguire quella stella, a lasciarci guidare verso l’incontro con il nostro Salvatore, con il cuore aperto, nella gioia, nell’umiltà e nella fiducia che, davanti a lui, ciascuno di noi ha un posto.


