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A volte la Parola di Dio ci mette a terra – Omelia della 2a quaresima anno A

1 mar 2026 · 12 min. 38 sec.

A volte la Parola di Dio ci mette a terra - Omelia della 2a quaresima anno A

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Descrizione
L’icona come chiave di lettura del Vangelo

Ho pensato che questa icona, che abbiamo posto davanti all’altare, icona della Trasfigurazione poteva diventare per me una grande opportunità per comprendere più a fondo il Vangelo di oggi. Dipingere icone è una passione che ho coltivato per lungo tempo: ho frequentato diverse scuole di iconografia e so bene quanto richieda pazienza e lentezza. Non è qualcosa che si fa in pochi minuti, ma un lavoro che cresce poco alla volta, un braccio alla volta, una veste alla volta. Il tempo purtroppo è sempre poco, ma mi piace sognare che un giorno si possa persino organizzare un corso di icone qui in parrocchia.

La struttura dell’icona e il contrasto tra cielo e terra

L’icona della Trasfigurazione è molto bella ed è chiaramente divisa in due parti. In alto, dentro un medaglione di gloria, c’è il Signore; in basso ci sono i discepoli, rovesciati, sconvolti, quasi disarticolati. Voglio soffermarmi soprattutto su questa parte inferiore, ma ci arrivo gradualmente.

Le montagne dell’icona richiamano immediatamente il Vangelo della domenica precedente, quello delle tentazioni nel deserto. Là Gesù era stato condotto sul monte dal tentatore, che cercava di separarlo dal Padre attraverso il potere, il cibo, la provocazione. Oggi, invece, quelle stesse montagne vengono visitate dal Signore in modo completamente diverso: non per tentare, ma per donare. Gesù prende con sé i discepoli non per metterli alla prova, ma per fare loro un regalo, anzi più di uno.

La Trasfigurazione come dono dopo l’annuncio della passione

Se leggiamo il capitolo precedente del Vangelo, scopriamo che Gesù aveva appena annunciato ai discepoli la sua passione: sarebbe stato preso, ucciso, sarebbe morto. Questo annuncio li aveva profondamente sconvolti, tanto che Pietro reagisce dicendo che questo non gli accadrà mai, e Gesù lo rimprovera duramente con le parole: «Va’ via, Satana». Il collegamento con il Vangelo delle tentazioni è evidente.

È proprio dopo questo momento che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli più vicini, e li porta sul monte. Lo fa per consolarli, per aprire davanti a loro una prospettiva più ampia, per farli guardare avanti. Sul monte Gesù si trasfigura: il suo volto brilla e le sue vesti diventano candide come la luce. Nell’icona tutto questo è racchiuso nel medaglione luminoso che manifesta la gloria, la divinità, la forza e l’identità profonda di Gesù come Figlio di Dio.

Mosè, Elia e la centralità della Parola

Accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia, due figure fondamentali della storia di Israele, entrambe legate in modo speciale alla Parola e all’incontro con Dio sul monte. Mosè riceve le Dieci Parole, Elia vive la rivelazione profetica. È significativo che proprio loro conversino con Gesù: i discepoli assistono a un dialogo che riguarda la Parola di Dio, il compimento della storia della salvezza.

A questo si aggiunge la voce dell’Onnipotente che, dalla nube, proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». È un dono immenso per i discepoli: vedono la gloria e ascoltano la Parola, scoprono che Gesù è la Parola stessa di Dio.

Lo sconvolgimento dei discepoli davanti alla rivelazione

Eppure, di fronte a questa visione meravigliosa, accade qualcosa di sorprendente. Matteo sottolinea che i discepoli cadono con la faccia a terra, terrorizzati. L’icona rende benissimo questo movimento: sembrano ribaltati, come se le rocce entrassero nei loro corpi. Luca ricorda che si addormentano, ma qui emerge soprattutto lo sconvolgimento profondo.

Questo ci dice che la rivelazione della Parola di Dio non è mai neutra: è sempre qualcosa di potente, che ci scuote, che in un certo senso ci fa morire. È una notizia troppo grande, difficile da accogliere senza essere destabilizzati.

Abramo e Paolo: la Parola che chiede di partire e di soffrire

Anche le altre letture aiutano a comprendere questo dinamismo. Abramo riceve da Dio un ordine radicale: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». È una partenza verso l’ignoto, un viaggio lungo e faticoso, che chiede di lasciare tutto. Non è facile accogliere una chiamata così.

Paolo, nella lettera a Timoteo, parla dalla prigione. Sta soffrendo e invita il suo discepolo a soffrire con lui per il Vangelo, con la forza di Dio. La Parola tocca la vita concreta, comporta fatica, dolore, esposizione.

Ma Dio non chiede mai questo senza una promessa. Ad Abramo dice: «Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome». C’è una grazia che lo attende. Anche Paolo parla di una rivelazione di Cristo che è segno di una grazia preparata fin dall’eternità, un progetto che riguarda la nostra vita piena e felice.

La Parola che sconvolge ma apre alla speranza

La Parola di Dio ci sconvolge, ci rompe dentro, ma allo stesso tempo ci attrae, perché apre una prospettiva positiva, soprattutto quando siamo nell’ombra della morte o della difficoltà. I discepoli dovevano accogliere l’annuncio della passione di Gesù, e anche noi oggi siamo chiamati a chiederci: qual è la situazione che pesa sul mio cuore? Qual è la difficoltà da cui non riesco a uscire? Di quale luce ho bisogno?

La Parola ci ferisce, ma lo fa per portarci un annuncio di vita.

Il tocco di Gesù e la vicinanza che salva

La conclusione del Vangelo è particolarmente bella. Gesù non lascia i discepoli a terra: si avvicina, li tocca e dice loro: «Alzatevi e non temete». Questo gesto dice una cura profonda: Gesù coglie il loro sconvolgimento, si fa vicino, li rassicura.

Quando alzano gli occhi, non vedono più nessuno se non Gesù solo. È come se tutto si concentrasse su questa presenza unica. La Parola di Dio, quando irrompe nella nostra vita, non solo ci apre una prospettiva nuova, ma ci fa sentire il tocco di Gesù, la sua empatia, la sua comprensione profonda di ciò che stiamo vivendo.

Scendere dal monte e continuare il cammino

Dopo l’esperienza sul monte, i discepoli scendono insieme e tornano tra gli altri. Gesù chiede loro di non parlare di questa visione prima della risurrezione del Figlio dell’uomo: torna ancora il riferimento alla morte, ma ora quella parola è abitata da una luce nuova.

Il dono ricevuto sul monte permette ai discepoli di custodire dentro di sé ciò che hanno vissuto, in silenzio e sobrietà, e di continuare il cammino con una forza rinnovata e una comunione con Gesù più profonda e intima.

È questo che chiediamo anche per noi, in queste domeniche di Quaresima: accogliere la luce e la visita della Parola di Dio, lasciarci toccare dalla sua vicinanza e camminare con Lui, giorno dopo giorno, fino alla piena notizia della sua risurrezione dai morti.