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Omelia della messa in cattedrale a 20 anni dalla morte di Dossetti

A 20 anni dalla morte di don Giuseppe Dossetti.
Mettiamo in rete l’omelia della Messa celebrata domenica 11 dicembre scorso  in cattedrale e presieduta dal vescovo Matteo Zuppi.

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Introduzione di mons. Giovanni Silvagni.

Intervento di suor Caterina dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata.

Intervento di fratel Tommaso dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata.

Omelia del vescovo mons. Matteo Zuppi.

Riprendiamo da “Avvenire – Bologna Sette” di domenica 18 dicembre 2016 

«Don Dossetti, la sentinella nella notte della storia»

Riportiamo ampi stralci dell’omelia dell’arcivescovo tenuta domenica 11 dicembre in cattedrale per la Messa in suffragio di don Giuseppe Dossetti, nel 20° anniversario della morte.

DI MATTEO ZUPPI

Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino. Rallegratevi, manca poco della notte! Il 15 dicembre di venti anni or sono era proprio il mattino della domenica «Gaudete» quando per Giuseppe Dossetti si compì il tempo delle Nozze dell’Agnello. Tra le stelle del mattino che ci invitano a rallegrarci, che indicano la prossimità dell’alba e quindi svegliano dal sonno, inquietano per cercare e non rassegnarsi, oggi contempliamo questa sentinella che ha dato speranza a tante notti piene di ansia. Ricordiamo il giorno del suo presentarsi davanti al tribunale di Dio, aiutati ancora da lui a scrutare il limite della vita e a condividere le attese della creazione e delle creature, a farlo senza filtri o presunzioni, ascoltando il gemito e soffrendo le dolorosissime doglie del parto della storia. È quella strada che don Giuseppe ha cercato e indicato, la via santa della sua fede, intransigente, radicale, assoluta, interamente affidata a Dio e alla Chiesa, della quale è stato figlio obbediente, senza mai rinunciare al suo pensiero e alla sua originalità. Egli ha preparato con passione una via per il Signore, con l’essenzialità di Giovanni Battista, voce che è risuonata spesso nel deserto, nei luoghi lontani dalla confusione della città, ma non certo distanti dalla storia, dove si combatte corpo a corpo con il male, dove si affrontano le correnti profonde della vita. Ci stringiamo in particolare alla piccola (grande) Famiglia dell’Annunziata e con lei a tutte le comunità «sorelle», monaci, monache, coniugati, «assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2, 44–47), ai quali lascia un carisma che si conserva solo spendendolo.

È una stella di questo poliedro che è la Chiesa, che non possiamo mai impoverire oscurando i suoi riferimenti, essendo essi stessi dono di Dio, carismi che peraltro sfidano ad una vera comunione e la rendono ricca e evangelica.

Don Giuseppe, pur potendolo, non ha cercato scorciatoie o furbizie ecclesiastiche; ha pagato di persona, sempre in obbedienza con i suoi Vescovi della Chiesa di Bologna. Come un agricoltore paziente e confidente ha seminato con abbondanza la Parola di Dio, che ha venerato ed ha insegnato a tanti a contemplare senza mai perdere il contatto con la realtà e l’attenzione ai segni dei tempi, con libertà e rigore. Ha messo al centro di tutto quella Parola che il Concilio Vaticano II ha restituito ai cristiani, dissotterrandola dall’oblio e liberandola da surrogati, ritenuti indispensabili per paura della libertà e della coscienza che ella genera. La Parola ci libera dalla stolta tentazione di lamentarci «gli uni degli altri» per non essere noi stessi giudicati! Anzi, dobbiamo tutti gareggiare nello stimarci a vicenda! Ci è di grande aiuto in questo Congresso Eucaristico. Per don Giuseppe la Bibbia, è «alfa inscindibile dal Calice, cioè dall’Eucarestia che è l’omega». «La vita – diceva – non può essere altro che la Messa, la giornata non è altro che la Messa: ogni ora e ogni istante è certezza e non dubbio, è pace e non turbamento… in quanto è un prolungamento della Messa». Dalla Parola sorgeva la preghiera, sempre indirizzata ai problemi più grandi del mondo. Certo la sua non era affatto una spiritualità intimistica, ridotta a benessere individuale, che ha sempre ragione perché non si misura con la vita, alleata dei «purismi angelicati» o usata per «verità senza priorità» lanciate come pietre che allontanano dall’incontro umano e appassionante del Vangelo, che fanno credere nel giusto senza sentire il problema di integrare e salvare tutti. Preghiera, parola e poveri. Per questo invitava ad avere una vera consapevolezza, contemplativa, dei problemi del nostro tempo, della città degli uomini.

Una delle sue raccomandazioni era di nutrirsi dei Salmi, del Vangelo e di un pagina di storia. «Bisogna immergersi nella storia, conoscerla, studiare non solo la storia della Chiesa, ma anche la storia della civiltà e della società civile, “la storia mondana”. Perché il mondo è una componente essenziale dell’opera del Creatore e Redentore».

Dossetti era tutt’altro che compiacente con la mentalità del mondo, con le mode, i piccoli ritorni, le complicità misere per miseri tornaconti, con i modi autoreferenziali, con le abitudini che spingono a chiudersi in élites o, come suggerisce Papa Francesco nell’EG (95), con quanti pensano di «dominare lo spazio della Chiesa», con «una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa o con la mondanità spirituale di poter mostrare conquiste sociali e politiche o con la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale o con un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione». La sua teologia nasceva dalla Parola, nutrita dalla preghiera, piena dei poveri, faticosamente dentro la storia. La sua verità era l’amore sconfinato di Dio.

Se non si parte da questo non si può capirlo. Il cardinale Biffi disse nella celebrazione esequiale che «don Giuseppe si lasciava illuminare senza resistenze dalla parola di Dio; perciò dallo specchio terso della sua coscienza poteva riverberarne su di noi lo splendore salvifico», «spronando sulle vie della fedeltà al Vangelo; una fedeltà che, quando è autentica, è sempre rinnovatrice». In questo don Giuseppe è davvero un uomo dell’Avvento, un inquieto testimone di Gesù e della sua speranza, che ci stimola a non rassegnarci e ci aiuta a cercare quello che conta per non perderci in chiacchiere inutili, in contrapposizioni obsolete o nelle apparenze. Infatti confidava don Giuseppe: “La mia sola ambizione, sia pure con tante contraddizioni è sempre stata quella di diventare un autentico discepolo”. E’ il diretto, gioioso e personale «Seguimi», prima e ultima parola del discepolo. E il suo carisma aiuta tutti noi a seguire Gesù e a farlo sul serio, guardando di nuovo con lui la storia vera, cambiandola con l’intelligenza della fede, contemplando quella della folla che aspetta il pane e che possiamo sfamare solo se ascoltiamo la parola di Gesù e doniamo finalmente la nostra povertà. Con don Giuseppe preghiamo affinché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo.

Matteo Zuppi
(arcivescovo di Bologna)

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