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Marco 15,1-5

1 E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2 Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3 I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4 Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5 Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.

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  1. La Parola che oggi il Signore regala alle nostre persone e alla nostra vita ci porta nel drammatico incontro tra la “religione” e i poteri mondani. Sono consapevole di quanto nella nostra tradizione possa essere prezioso il termine “religione”. Io mi permetto di usarlo nella sua accezione negativa, e propongo il termine “fede” in riferimento al dono di Dio che è la sua presenza e la sua azione nella vita umana, e quindi all’accoglienza e alla risposta umana a tale dono supremo. Sono perlomeno tranquillo nel porre questa distinzione per le fedi legate alla persona e alla tradizione del patriarca Abramo: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Capisco che tale scelta terminologica possa suscitare obiezioni ed essere respinta. Tuttavia resta aperto sempre quel problema che tante volte ha visto le fedi religiose “mondanizzarsi” nel loro contatto con i poteri del mondo. Basti pensare che sino al secolo ventesimo sussisteva nel nostro mondo la dizione e la realtà per quanto formale del “Sacro Romano Impero”! E sempre sono pronte ad affermarsi forme e modi più o meno mascherati di tale legame. E anche oggi, nell’orizzonte e nella vita delle tre grandi vie della fede monoteistica che sopra citavo. Il testo di oggi mi dà l’occasione per porre la questione e spero non vi infastidisca.
    Gesù, dunque, dopo il processo notturno che si è svolto contro di lui nel “tribunale” religioso del sommo sacerdote, viene condotto in catene al potere mondano dell’imperatore di Roma, rappresentato localmente dal governatore Pilato. E’ interessante notare la “laicità” del potere imperiale che, preoccupato solo di custodirsi e di non essere compromesso dalle fedi religiose, di per sé non trova ragioni di accusa e di colpa nella persona e nell’operato di Gesù. Ed è soprattutto importante cogliere e sottolineare l’enfasi con la quale la Parola evangelica afferma e sottolinea il “silenzio” dell’accusato, dopo la prima risposta enigmatica data alla domanda del governatore: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù risponde: “Tu lo dici”, lasciando quindi al potere politico la responsabilità dell’interpretazione di quanto sta avvenendo. Forse può essere di qualche utilità notare che con questo Gesù non vuole affermare una “separazione” tra chi si trova immerso, come Pilato, in tale potere politico e mondano e chi è portatore e segno della fede. Non è una separazione tra le persone, ma una netta distinzione tra i due orizzonti, le loro fonti e i loro criteri di interpretazione e le loro finalità. Si tratta evidentemente di equilibri molto delicati che sempre esigono una grande attenzione culturale e spirituale.
    Invece, al ver.3, è chiaro come il mondo religioso rappresentato dai capi dei sacerdoti tenti di coinvolgere nella questione il potere politico. E Pilato stesso rivela di fatto una certa disponibilità a tale coinvolgimento, e per questo sollecita Gesù a rispondere alle accuse che gli vengono rivolte. E resta quindi stupito del suo silenzio. Ma qui il silenzio del Signore tende ad assumere un altro, più profondo, significato! Il silenzio alle accuse religiose diventa severo giudizio nei confronti di un mondo religioso che sta rifiutando la sua stessa via, appoggiandosi al tentativo di fare alleanza con il potere mondano del governatore.
    Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.

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