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La morte è la nostra Pasqua

Le scrivo in forma di protesta. Mia madre è morta circa un anno fa all’Ospedale  Sant’Orsola. Aveva novant’anni. Molto malata da molto tempo, ricoverata ancora una volta, quando i medici hanno parlato di un altro intervento che già l’aveva fatta molto soffrire, ha chiesto a me, che sono il primogenito dei suoi tre figli, e che sono vecchio anch’io come non le sarà difficile dedurre, di dire anche a loro del suo desiderio di andare a morire a casa sua, nella casa dove noi figli siamo nati, e dove lei e il nostro caro babbo ci hanno cresciuti con amore e con molta sapienza, anche se non avevano l’istruzione che hanno voluto per noi. Ma i miei fratelli si sono opposti e la mamma non è tornata a casa sua per morire come desiderava. Da un anno mi chiedo che cosa avrei potuto fare allora, e mi è venuto in mente lei, che era venuto a portarle la comunione più di una volta dopo la messa pomeridiana dell’ospedale. Certo, ormai è tardi, ma mi fa piacere confidarle la mia tristezza. Un caro saluto.

Caro amico, mi trovo anch’io molto spesso nell’angoscia faticosa di casi come il suo. In questi giorni sta molto male un mio carissimo amico e fratello, pure lui molto anziano e in situazione estrema. Sono certo che il meglio sarebbe per lui essere a casa. Ma anch’io riscontro le difficoltà che lei segnala. Per questo, non sono del tutto convinto circa l’indicazione che anche la comunità cristiana talvolta rinnova circa l’autorità che bisogna riconoscere al medico. Non mi sento in grado di esprimere un giudizio negativo, ma mi sembra necessario ricordare che il medico è naturalmente portato a cercare e a individuare tutto quello che può opporsi alla morte. Ma noi cristiani fin da piccoli impariamo la preghiera dell’Ave Maria per domandare alla Madonna di pregare per noi nell’ora della nostra morte. Perché la morte è la nostra Pasqua. E noi vogliamo viverla bene. Per questo siamo portati a rispettare anche il non credente che con tristezza pensa di non voler proseguire un cammino ormai troppo segnato dalla fatica del dolore. Per noi c’è il grande mistero della Passione di Gesù, e della meraviglia del bene che Egli ci dona attraverso la sua sofferenza. Però anche qualche Papa ha detto che se le cure non sono capaci di curare, si può anche tralasciarle. Io poi ho sempre in mente la morte di un ragazzo. Ero appena arrivato alla nostra missione bolognese in Africa e don Tarcisio mi ha portato a trovare questo ragazzo. Era nella sua capannuccia in mezzo a piante di granoturco più grandi della capanna. Se ne è andato dal Signore in pochi minuti, con grande dolcezza. È stato sepolto  nello stesso campo di granoturco. Don Tarcisio pieno di amore parlava al piccolo gruppo di persone presenti e uno dei fratelli mi traduceva le parole. Lì non c’erano molti interventi speciali da fare. Ma quel giorno mi sono sentito più riconciliato con la morte. Noi dobbiamo portare in Africa qualcosa dei nostri troppi “mezzi”. Dall’Africa possiamo aspettare il dono di una sapienza che qui rischiamo di perdere. Buona Domenica a Lei e ai suoi fratelli, in comunione con la vostra mamma. E Buona Domenica ai miei cari lettori.

Giovanni della Dozza.

Nota: Articolo pubblicato su “Il resto del Carlino – Bologna” di domenica 4 Giugno 2017 nella rubrica “Cose di Questo mondo”.

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