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Giovanni 6,41-44

41 Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
43 Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

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  1. Compare oggi un verbo di grande rilievo, ai vers.41 e 43: il verbo . Nella tradizione biblica si presenta come un “parlare”, ma un parlare in risposta e in reazione alla Parola di Dio. Dio parla: bisognerebbe semplicemente accogliere la sua Parola. La mormorazione sembra dunque essere un aggiungere parole nostre alla sua Parola. Se vale l’ipotesi, questo afferma che il silenzio umile e obbediente è la strada maestra dell’ascolto della Parola di Dio.
    La mormorazione ha come suo oggetto frequente, come nel nostro brano, la non accettazione dell’elezione divina, soprattutto a motivo della “sproporzione”, della “disomogeneità”, tra la povertà e i limiti della condizione umana e la luce divina che attraverso tale elezione si posa e si rivela in essa. Questa sproporzione è già nell’elezione divina nei confronti del piccolo Popolo di Israele, emerge nell’elezione di coloro che, come Mosè, Dio elegge per compiti particolari di guida e di profezia, e quindi accompagna dal principio alla fine la Persona del Signore Gesù. L’abbiamo già incontrata in forma lieve e umile, come nell’obiezione di Natanaele di fronte alla provenienza di Gesù da Nazaret – “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”(Gv.1,46) – e oggi la troviamo nell’opposizione giudaica riguardo alla divina Persona di Gesù, “perché aveva detto: ”(ver.41).
    Contro questa Parola di Gesù i Giudei oppongono la loro conoscenza – o la loro – di Lui. Sanno che Egli è il figlio di Giuseppe e quindi conoscono suo padre e sua madre. Gesù reagisce alla loro mormorazione affermando che la sua Persona può essere accolta solo nell’orizzonte della fede, e cioè del dono di Dio: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato”(ver.44). E questo scandalo accompagna tutta la Persona e tutto il cammino del Signore, fino alla Croce. Questo “scandalo” accompagna tutta l’esperienza della fede cristiana e la nostra stessa vita. Noi per primi, e già in noi stessi, solo alla luce del dono divino della fede possiamo cogliere e accogliere il mistero di questa povera umanità visitata, riempita, salvata e illuminata dall’elezione divina.
    Tale contrasto deve essere ritenuto e custodito come necessario e come del tutto positivo. E’ sempre inutile e sbagliato cercare di coprire o almeno di attenuare lo scandalo con forme di “sacralizzazione” e di privilegio mondano. L’oggetto dell’elezione d’amore da parte di Dio, sia una persona qualsiasi, o un popolo, o una vicenda e condizione della storia umana, tutto deve custodire, e se mai enfatizzare, il mistero inspiegabile dell’elezione divina nei confronti della nostra povertà. Da S.Francesco a Papa Giovanni, da Santa Teresa di Gesù Bambino a madre Teresa di Calcutta, è proprio nell’umiltà della condizione umana che la luce di Dio si posa e si manifesta.
    Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.

  2. Perché questa mormorazione, questo “brontolare contro”, dei capi giudei? Ciò che li sconvolge è l’origine divina del pane “che scende dal cielo”, cioè di Gesù stesso, inconciliabile con la sua piena e concreta umanità. Egli infatti – affermano – è il figlio di Giuseppe, e di questo Giuseppe si conoscono il padre e la madre: cioè conosciamo di Gesù il padre e la genealogia; come può essere di origine divina? – La risposta all’interrogativo-scandalo la dà Gesù con quella forte affermazione: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Il Padre ci trascina, ci attira, ci fa venire a suo Figlio; ma in che modo? Per capire come attira Dio c’è un testo di Geremia (non ricordo il punto preciso) in cui si dice che Egli attira a sè il suo popolo per fargli sperimentare le sue viscere materne, cioè il suo amore fedele e incondizionato. Quindi, non con l’osservanza della Legge o con altri meriti, ma accogliendo questo dono d’amore e comunicandolo agli altri si “viene” al Figlio e se ne condivide la vita divina, indistruttibile.

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