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Foglietto del 30 Gennaio 2011, IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Le letture di domenica 30 Gennaio 2011, IV del Tempo Ordinario (Anno A), sono:
Sofonia 2,3;3,12-13
1Corinzi 1,26-31
Matteo 5,1-12a

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Matteo 5,1-12a

1In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

1) Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: l’introduzione (vv 1-2) sottolinea l’importanza di questo primo discorso di Gesù. Le folle sono l’interlocutore principale. Il monte su cui Gesù sale rafforza l’idea che il discorso avrà la stessa forza della proclamazione della legge da parte di Mosè sul monte Sinai.

2) Si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli: il mettersi a sedere attorniato dai discepoli è l’atteggiamento del maestro che si prepara ad indirizzare loro il suo insegnamento. Vicino a Gesù c’è il cerchio dei discepoli, ma l’insegnamento non è riservato solo a loro, c’è la folla presente che si è radunata per ascoltare. Gesù si rivolge a tutti senza distinzione, tanto è vero che alla fine del lungo discorso, (Mt 7,28-29) si dirà che le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità.

3) Si mise a parlare (lett: avendo aperto la sua bocca) e insegnava loro: quello che esce dalla bocca del Signore non è una dottrina di uomini, ma è la vita stessa che si comunica a chi ascolta: l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. (Dt 8,3).

4) Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli: le beatitudini sono nove, le prime otto in forma di versetti brevi (beati… perché…). La prima e l’ottava si chiudono allo stesso modo con il riferimento al regno dei cieli. Le beatitudini descrivono l’uomo nuovo, il figlio del regno che nasce dall’annuncio del Vangelo. La prima beatitudine è la povertà, l’atteggiamento dell’uomo che ha messo da parte ogni pretesa di potersi salvare da se stesso e che riconosce che l’unica strada è quella di affidarsi al Signore.

5) Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati: il figlio del regno è esposto alla malattia, alla sofferenza, alla morte come tutti gli uomini. È beato chi non cerca facili scappatoie e illusioni di fronte alle prove che immancabilmente la vita riserva. Anche Gesù piange in alcuni momenti fondamentali della sua vita: è beato l’uomo che si mette sulla strada indicata da lui. Tutte le beatitudini possono essere lette come una rivelazione della personalità profonda di Gesù e una chiamata a rivestirci della sua persona, della sua mitezza, del suo essere misericordioso…

6) Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: la purezza rituale tanto cara a Israele non basta, ci vuole una purezza interiore. È forte l’assonanza di questa beatitudine con il salmo: Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro (Sal 23,3-4). Sarebbe facile trovare per tutte le beatitudini una corrispondenza con i salmi, perché i Salmi si compiono in Gesù.

7) Beati voi quando vi insulteranno: l’ultima beatitudine è più lunga ed è rivolta direttamente (voi) in seconda persona ai discepoli. La sequela di Gesù porterà i suoi discepoli a condividerne la persecuzione con la promessa della grande ricompensa.

Sofonìa 2,3;3,12-13

23Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.

312Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».
Confiderà nel nome del Signore
13
il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.

1) Cercate il Signore voi tutti poveri della terra: il comando di cercare il Signore è un dono dato ai poveri della terra: sono loro che il Signore sceglie, solo a loro il Signore dà la grazia di cercarlo e dunque anche di trovarlo: tu salvi il popolo degli umili, ma abbassi gli occhi dei superbi (Sal 18,28). Ma questo “comandamento della ricerca”, che qui è dato, viene anche a costituire il volto del povero, così come il Signore lo assume davanti a sé, strappandolo dalla sua abiezione: il povero, prima di ogni altra determinazione, è colui che viene chiamato da Dio alla ricerca e viceversa ogni vero ricercatore è un povero. Ogni ricerca autentica è infatti sempre, nel suo movimento più profondo, un ritorno al Signore, ritorno possibile solo perché Egli colma per primo l’abisso del peccato che ci separa da Lui: Cercate il Signore, mentre si fa trovare,invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona (Is 55,6-7).

2) Forse potrete trovare riparo nel giorno dell’ira del Signore: il giorno del Signore non indica solo il giudizio finale sulla storia degli uomini (Gl 2), ma anche il Suo giudizio (la Sua ira), che sempre si rinnova nei tempi per salvare gli oppressi: Il Signore udì e fu adirato… e la sua ira si levò contro Israele (Sal 78,21). Improvvisa divampa la sua ira, beato chi in lui si rifugia (Sal 2,12).

3) Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel Signore il resto d’Israele: la povertà di cui qui si parla non è un incidente nella storia d’Israele: è invece una povertà fortemente voluta dal Signore e da Lui promossa. La Sua opera di salvezza comporta infatti una grande potatura, che per il Suo grande amore Egli compie nella storia, perché sia distrutto quanto tiene lontano da Lui i Suoi figli: Io farò sopravvivere in mezzo alle nazioni alcuni di voi scampati alla spada, quando vi disperderò nei vari paesi. I vostri scampati si ricorderanno di me fra le nazioni in mezzo alle quali saranno deportati: io infatti spezzerò il loro cuore infedele, che si è allontanato da me (Ez 6,8-9).

4) Non commetteranno più iniquità e non proferiranno più menzogna… Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti: non commettere iniquità e non proferire menzogna sono atteggiamenti che si compongono in unità: l’iniquità infatti è il peccato che viene giustificato, il peccato nascosto o negato, come si vede nel salmo: Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa… e tu hai tolto la mia colpa ed il mio peccato [lett.: la colpa del mio peccato] (Sal 32,5). L’opera di Dio spezza i cuori induriti perché sappiano rivolgersi a Lui, senza più nascondersi, ed in questo incontro con il Signore possano trovare misericordia e pace.

1Corinzi 1,26-31

26Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.

30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

1) Non ci sono molti sapienti dal punto di vista umano: il sottile gioco tra cosa è sapienza e cosa è stoltezza è il tema di questi versetti. A Corinto i giudei e i greci rifiutano, infatti, la sapienza della croce di Cristo e la seguente umiltà di Paolo. Noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23). I sapienti e gli intelligenti secondo la carne fanno una incredibile fatica a conoscere la salvezza di Dio. Ti rendo lode, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. (Mt 11,25) Cristo crocifisso è debolissimo per cui anche il cristiano, che vive il vangelo, è debolissimo. La partecipazione all’umiliazione della croce, diventare stolti per amore di Cristo, è una strada però che alla fine si rivela stracolma di fecondità, di potenza e di sapienza di Dio: ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,25).

2) Quello che è stolto per il mondo… quello che è debole per il mondo…quello che è ignobile e disprezzato per il mondo… quello che è nulla, Dio lo ha scelto: l’elezione di Dio per i piccoli, per i poveri, porta uno sconvolgimento, una confusione, una vergogna nella classifica dei valori umani. I nobili, i potenti, i forti, i sapienti, i ricchi secondo la carne vengono rovesciati dai troni e si ritrovano con vergogna all’ultimo posto: quando sei invitato a nozze da qualcuno non metterti al primo posto perché non ci sia un invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. (Lc 14,7ss).

3) Come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore: la propensione del cuore dell’uomo a volere essere comunque il primo e a vantarsi per questo, fanno venire in mente a Paolo i bei versetti del profeta Geremia: così dice il Signore, non si vanti il sapiente della sua sapienza, non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco della sua ricchezza, ma chi vuol vantarsi si vanti di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore, che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra (Ger 9,22ss).

SPIGOLATURE ANTROPOLOGICHE

La vita umana come grande viaggio del ritorno di Adamo e della sua stirpe al giardino di Dio, alla Casa del Padre, e quindi la venuta in mezzo a noi del Figlio che, immolato come Agnello si fa carico dei nostri peccati e così apre la via della salvezza: questo è stato il tema delle due domeniche precedenti. Oggi ci viene rivelata e consegnata l’attenzione privilegiata dell’evento salvifico: la povertà! Ormai molti anni fa ci siamo stupiti quando la Chiesa di Bologna ha portato al Concilio Ecumenico il suo contributo forse più importante tra i molti che questa Chiesa ha donato alla Chiesa universale: appunto la povertà non come attributo di accompagnamento e attributo importante della fede, ma come sua sostanza. Una Chiesa “di” poveri! Non solo una Chiesa “per” i poveri, una Chiesa Madre dei poveri, ma appunto un popolo di poveri salvato e condotto al Padre da Colui che per la loro salvezza si è fatto povero fino alla morte e alla morte di Croce, il Cristo del Signore, Gesù. La fede è dei poveri.

Ogni credente è essenzialmente un “povero”, oggetto della misericordia divina e chiamato alla vita nuova come esperienza dell’amore di Dio per i suoi figli, piccoli, poveri, peccatori, lontani… Nell’esperienza cristiana, infatti, il povero, povero rimane. La povertà diventa quindi definizione privilegiata del credente: “un popolo umile e povero” – ascoltiamo oggi dal profeta Sofonia – è il popolo dei salvati, la Chiesa. Ricordo la deteriore “preistoria” della spiegazione che sempre veniva data dei “poveri in spirito” del Vangelo secondo Matteo: si diceva che quell'”in spirito” diceva il “distacco” che poteva caratterizzare la condizione di un uomo anche molto ricco, che tuttavia si manteneva pronto a far partecipare altri al suo benessere, e magari viveva il suo benessere in modo distaccato. Il “povero in spirito” è invece colui che in ogni modo vive la condizione di chi non ha di che vivere e solo nel Signore e dal Signore può avere speranza di vita. La semplice parola “salvezza” dice in ogni modo una condizione di impossibilità che solo il dono di Dio può cambiare.

Ogni credente è dunque un “povero”. Le povertà sono molte e molto diverse tra loro. In altri luoghi il Vangelo ci dirà che essendo credente il cristiano è anche “ricco”, e come tale nella condizione di celebrare in se stesso non solo la povertà del Figlio di Dio, ma anche la ricchezza del suo amore e la potenza della sua azione misericordiosa. Oggi però è bene ci fermiamo con attenzione esclusiva su questa categoria della povertà. Vedete infatti come anche Paolo nelle sue parole alla Chiesa di Corinto sottolinea che la povertà è la nota propria dell’esistenza cristiana, suo segreto sapienziale, sua radicale diversità dalle sapienze mondane. Ed è il Signore stesso, Gesù di Nazareth, che nel suo inabissarsi nella condizione ferita e povera dell’umanità, “per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore”. L’esperienza fondamentale della fede è quella dell’Amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e donna della terra.

I credenti non sono “una realtà a parte”, né tanto meno possono vivere la loro condizione come contrapposizione e inimicizia. Essi sono infatti la profezia della storia dell’intera umanità, sono i testimoni di Gesù che ha dato la vita per l’intera umanità. L’annuncio evangelico è questa comunicazione al mondo del dono di Dio. Non dobbiamo rischiare di “amare il mondo” pretendendo di farlo funzionare, ma dobbiamo “amare il mondo” come lo ama Dio che ha mandato il Figlio nel mondo per salvare il mondo. Il Figlio ha amato il mondo amando tutti e piegandosi nella sua misericordia su ogni infermità morale, spirituale, fisica… A questo punto qualcuno si domanderà se non è eccessiva questa sottolineatura della prima beatitudine, come ignorando le altre. Non è così! Tutte le altre beatitudini sono illuminazione e comunicazione della persona stessa di Gesù. In Lui sono presenti in modo supremo tutte le beatitudini, come beatitudini del Povero. E si chiamano “beatitudini” perché non sono espressioni di un merito, di una conquista, di uno sforzo morale, di una dottrina superiore…ma solo “dono di Dio”. Ed è beatitudine averlo ricevuto.

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