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Foglietto del 15 Maggio 2011, IV Domenica di Pasqua (Anno A)

Le letture di domenica 15 Maggio 2011, IV di Pasqua (Anno A), sono:
Atti 2,14a.36-41
1Pietro 2,20b-25
Giovanni 10,1-10
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Giovanni 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse:

1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

1) In verità, in verità io vi dico: il testo di questa domenica segue il cap.9, quello del cieco nato, che si chiude con un rimprovero molto severo di Gesù ai Giudei: «il vostro peccato rimane». Gesù, iniziando il discorso sulle pecore e i pastori, si rivolge ancora ai Giudei. L’immagine delle pecore e del pastore è molto utilizzata nella Scrittura in riferimento a Israele e ai suoi capi; ad es. in Ez 34 c’è una invettiva contro i cattivi pastori e la profezia di un nuovo pastore-messia: Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. (Ez 34,23)

2) Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante: il termine reso con recinto non si riferisce all’ovile, ma significa “cortile” e richiama esplicitamente il cortile del Tempio. Le pecore custodite nel cortile del Tempio rappresentano Israele custodito nel cortile dell’antica alleanza. I termini ladro e brigante possono quindi indicare chi ha scavalcato la rivelazione autentica di Dio nell’AT sostituendola con precetti umani.

3) Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore: al contrario Gesù è entrato dalla porta, nel solco della genuina rivelazione delle Scritture, ha indicato a Israele il compimento delle promesse contenute nella rivelazione dell’AT.

4) Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse: è impressionante come il Signore descriva il suo essere pastore. La sua relazione con le pecore è personale, intima, come dice Is 43,1: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Poi c’è questa azione decisa, spinto fuori: è lo stesso termine usato per il cieco nato in Gv 9,34, quando si dice che i giudei lo cacciarono fuori. Gesù, interprete fedele dell’antica alleanza, ne indica il compimento attraverso lo “strappo” verso una nuova economia di libertà fondata sulla sua persona: è lui che cammina davanti.

5) Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo: Gesù al v 7 aveva definito se stesso la porta delle pecore, non la porta del recinto. Io sono la porta è una dichiarazione solenne: la porta senza nessun attributo preceduto da io sono, che rimanda all’essere divino di Gesù, indica Gesù come unica porta di salvezza. Questa nuova condizione delle pecore è fatta di libertà (entrerà e uscirà) e di pienezza della vita (troverà pascolo).

6) Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere: c’è un crescendo rispetto ai termini usati sopra per i ladri e i briganti, qui si parla di togliere la vita alle pecore. Il danno di questi usurpatori della rivelazione divina si rivela molto più grave: rubare, portare via il dono di Dio, la sua parola di salvezza provoca la morte.

7) Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza: l’opera di Gesù per le sue pecore è il dono di una vita riempita dell’abbondanza dei suoi doni.

Atti 2,14a.36-41

[Nel giorno di Pentecoste,] 14aPietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così:

36«Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».

38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

1) Pietro con gli undici si alzò in piedi e a voce alta parlò: è il giorno di Pentecoste e lo Spirito disceso su Pietro e gli altri undici (insieme costituiscono la prima chiesa) dona di annunciare con determinazione e franchezza una parola che è parola di Dio: ascoltatemi, o mio popolo; o mia nazione, porgete l’orecchio (Is 51,4).

2) Sappia dunque con certezza tutta la casa dIsraele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso: l’Apostolo sottolinea l’opera di salvezza di Dio e l’opera di morte dell’uomo. Annuncia al popolo che Dio, fedele alla sua alleanza, ha portato a compimento l’opera di salvezza per mezzo del suo Unto, il suo Messia: grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio ci ha visitato un sole dall’alto (Lc 1,78); ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui, egli porterà il diritto alle nazioni (Is 42,1).

3) …ha costituito Signore…: il titolo di Signore nella Scrittura è riferito principalmente a Dio. Dio risuscitando Gesù dai morti lo esalta ponendolo alla sua destra: oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra (Sal 109,1). L’apostolo Tommaso crede e confessa: mio Signore, mio Dio (Gv 20,28). Ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore (Fil 2,11). Se con la tua bocca proclami: “Gesù è il Signore” e con tutto il cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo (Rm 10,9). Gesù è il Cristo, l’Unto, il Messia: ogni giorno nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo (At 5,42). Lo Spirito santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore (Lc 2,26).

4) All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero: “che cosa dobbiamo fare?”: la Parola di Dio opera attraverso l’annuncio di Pietro e la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12). La trafissione del cuore è la partecipazione alla passione di Gesù ed è principio di vita nuova. L’ascolto della Parola produce tale effetto e quindi la disposizione e il desiderio vivo di conversione e di adesione piena all’annuncio.

5) Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e riceverete il dono dello Spirito santo: è Dio che suscita… il volere e l’operare secondo il suo disegno di amore (Fil 2,13), per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati (Lc 1,77). La conversione a cui esorta Pietro significa una adesione totale a Gesù, per poter entrare in pienezza, con il battesimo, nella vita nuova frutto della Sua Pasqua: per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova, se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua resurrezione (Rm 6,5-6).

1Pietro 2,20b-25

Carissimi, 20bse, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21A questo infatti siete stati chiamati, perché

anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
22
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
23
insultato, non rispondeva con insulti,

maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
24
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo

sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
25
Eravate erranti come pecore,

ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime.

1) Nei versetti immediatamente precedenti l’apostolo ricorda che è preferibile soffrire ingiustamente piuttosto che come colpevoli: che gloria sarebbe, infatti, sopportare di essere percossi quando si è colpevoli? (v 20) e avvia così al tema della sofferenza dell’Innocente.

2) Ma se facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio: lett. questa è una grazia presso Dio. La sofferenza patita ingiustamente è una grazia non in sé, ma perché mette in contatto con la Passione dell’Innocente Cristo, come è detto nel v 21 (la Passione di Cristo come esempio da seguire).

3) A questo siete stati chiamati: normalmente si intende per vocazione la chiamata ad uno stato particolare di vita (religiosa, missionaria…) o ad un ministero (presbiterale); qui invece viene presentata la vera chiamata di tutti, quella a partecipare alla Passione di Cristo.

4) Egli portò i nostri peccati nel suo corpo: l’espressione ricorda l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo (Gv 1,29); la Passione di Cristo non è fine a se stessa, ma è il segno di un amore che si fa carico di tutto il peso che è nel cuore dell’uomo.

5) Dalle sue piaghe siete stati guariti: è una citazione del IV Canto del Servo (Is 53) e vuole dire che queste sofferenze non sono vane, ma portano un frutto di bene, di guarigione e salvezza per tutti gli uomini.

6) Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore: l’immagine degli uomini, erranti come pecore e radunati dal pastore, richiama direttamente quella del vangelo di questa domenica. Ricorda anche la conclusione del Salmo 118: Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti.

SPIGOLATURE ANTROPOLOGICHE

La Parola che le Chiese celebrano in questa domenica è occasione molto importante per dissipare un grave equivoco generato dalla contaminazione subita dal testo biblico da parte del grande pensiero classico. Molte sono tali “contaminazioni”, ma questa è certamente di enorme rilievo. Infatti, mentre la filosofia classica concepisce l’uomo come libero, razionale, e capace quindi di costruire la perfezione e la pienezza della sua persona e della sua vita, la rivelazione ebraico-cristiana si rivolge ad un’umanità prigioniera di un mistero di male, avvolta in un destino negativo che ha come suo amaro sigillo supremo il muro invalicabile della morte. Tutta la tensione della Parola che oggi celebriamo è quella di annunciare e proclamare la liberazione dell’uomo da parte di Dio. Mentre dunque per il filosofo greco l’uomo si trova in condizione positiva ed è esposto a cadere nel male, per la tradizione biblica l’uomo è prigioniero e Dio vuole liberarlo.

La liberazione e la libertà sono quindi elementi essenziali della fede ebraico-cristiana. L’immagine del pastore e la predicazione apostolica che oggi ci vengono donate arrivano a parlare di una “liberazione” anche dalla santa tradizione della Legge mosaica. In Gesù la libertà di camminare dietro al pastore della nostra vita è assoluta. Mentre il pastore di Matteo 18 e di Luca 15 cerca la pecora smarrita per riportarla all’ovile, il pastore di Giovanni 10 chiama le pecore fuori dal recinto per portarle in pascoli di libertà verso la Casa del Padre. Ma questa è la pienezza di quello che sempre è avvenuto per Israele, fin da quell’antica Pasqua nella quale Dio ha liberato i nostri padri dalla terribile schiavitù dell’Egitto.

Questa tensione-azione divina di liberazione è il grande segreto di tutta la storia, di ogni personale vicenda come del cammino di tutte le nazioni. Come avviene questa liberazione? Avviene per un mistero d’amore espresso e compiuto da parte di Dio con il dono della sua stessa vita: Gesù di Nazareth è l’ultimo passo di Dio verso la condizione prigioniera della vicenda umana: Egli, in Gesù, dona la sua vita perché tutta l’umanità possa entrare in una vita nuova oltre la morte. La risurrezione non è evento “post-mortem” ma è il principio di una vita nuova nella quale anche noi già fin d’ora camminiamo. Per Giovanni la “vita eterna” è la vita stessa di Dio, vita che in noi è già cominciata.

E c’è di più! Noi non siamo solo i beneficiari del dono di Dio. Ne siamo anche i comunicatori. Il “cuore trafitto” di quel popolo che nel testo degli Atti ha ascoltato l’annuncio evangelico portato da Pietro, è l’inizio di questa vita nuova. Così nuova che non si può pensare di conoscerla e di viverla secondo le strutture razionali della nostra natura. La fede è una nuova e superiore razionalità, che può esserci solo per grazia di Dio e non per comprensione e merito nostro. Quel “cuore trafitto” è il principio di un cammino dietro al Pastore, cammino che è quello stesso della Pasqua di Gesù. Un cammino nel quale comunichiamo quello che abbiamo ricevuto: il dono dell’amore divino ci è affidato perché anche noi lo celebriamo e lo comunichiamo nella nostra umile esistenza, ormai unita intimamente alla la vita e al sacrificio d’amore del Figlio di Dio. La moltitudine delle nazioni è chiamata ad entrare nella porta che è Gesù per uscirne dietro a Lui: immagine sublime della Pasqua di morte e risurrezione che la vita cristiana celebra e attualizza con il dono battesimale. Salvare e non condannare: questo è il progetto di Dio. Ci doni il Signore di essere partecipi di questa suprema grazia. Basta con le accuse e le condanne. Possiamo noi cristiani annunciare finalmente la salvezza di Gesù.

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