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Ebrei 7,11-19

11 Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge –, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne? 12 Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. 13 Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. 14 È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. 15 Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16 il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17 Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek. 18 Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – 19 la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio.

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2 Comments

  1. Facciamo nostra la “domanda retorica” del ver.11, ma proponiamo una nostra risposta “non retorica”, secondo quello che la Parola del Signore sembra in questi giorni volerci rivelare e consegnare!
    Perché dunque “un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek e non invece secondo l’ordine di Aronne?”.
    Per giunta un sacerdote scelto dalla tribù di Giuda, “della quale nessuno mai fu addetto all’altare” (ver.13).
    Vi propongo un’ipotesi di spiegazione.
    Uscendo dalle norme e dalle antiche consuetudini, Dio sta creando una realtà nuova!
    Dio si sta rivelando in una prospettiva nuova.
    Dio si immerge nella condizione più comune del suo popolo per creare un evento del tutto nuovo!
    Per rivelare un dono assolutamente nuovo Dio sembra volersi immergere e confondere nella realtà più ordinaria!
    Dunque un sacerdote “differente” da “una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile” (ver.16). Non mi soddisfa la scelta della traduzione che dice “indistruttibile”, perché sembra voler sottolineare una forza, mentre qui si tratta di una vita “ineliminabile”, non scioglibile.
    Per questo deve trattarsi di una realtà umanamente irraggiungibile: “ Divina”!
    Per far questo il Signore si immerge e sembra confondersi con una folla anonima.
    E lì Egli crea la situazione nuova. Dai neonati con Lui a Betlemme ai due malfattori con Lui crocefissi, è tutta l’umanità che viene da Lui incontrata e da Lui divinamente illuminata.
    Il Cristo si immerge in tutta la realtà per tutto illuminare di Sé!
    Vedete voi se è possibile accogliere questa ipotesi!
    Tale sarebbe allora quella “speranza migliore, grazia alla quale noi ci avviciniamo a Dio” (ver.19).
    Dio ti benedica. Tu ricordaci al Signore. Giovanni e Francesco.

  2. Ci si stupisce a leggere questi versetti: come se non li avessimo mai letti! Afferma l’autore che “la perfezione”, il compimento della salvezza, non poteva realizzarsi per mezzo del sacerdozio levitico, per mezzo della legge, del tempio, dei sacrifici. E formula un giudizio che noi non avremmo osato esprimere: era “un ordinamento” debole e inutile (v.18)! In effetti, Gesù non ha fatto parte di questo ordinamento: “il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio”(v.14). Gesù – possiamo dire – era un laico; ha frequentato il tempio solo per insegnare e le sinagoghe solo per compiervi segni che annunciavano il Regno di Dio (non si dice mai nei Vangeli che Gesù abbia pregato nella sinagoga). Gesù ha infranto ripetutamente e volutamente la legge dei sacerdoti e degli scribi; la nuova legge da lui proposta non è “una legge prescritta dagli uomini”, ma introduce alla “potenza di una vita indistruttibile”(v.16): è la legge unica di un amore simile al suo, un amore filiale e fraterno. Egli ci ha introdotti così in “una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio”(v.19).

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