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Ebrei 5,7-10

7 Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8 Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10 essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

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  1. Il tema fondamentale di Ebrei 4 è quello del “riposo di Dio”: si tratta della memoria antica della creazione, quindi dell’opera di Dio e dunque di quel riposo che Dio stesso celebra al termine a alla pienezza della sua creazione. A questo stesso riposo siamo chiamati anche noi. Il pericolo per noi è di non poter entrare in quel riposo. La condizione per entrarvi è la nostra fedeltà a Gesù, il Figlio di Dio (vers. 14). Infatti, la pienezza della creazione, e quindi dell’opera di Dio, è la persona del Cristo, e la sua Pasqua. Con il dono della fede e del battesimo noi siamo tutti partecipi di lui, a condizione di custodire e di camminare nella sua stessa fedeltà. E’ in lui e per lui che anche noi possiamo entrare nel suo riposo. La condizione è quella di mantenere ferma la professione della fede, custodendo e celebrando in noi stessi la sua stessa fedeltà. Tale è la via della salvezza, di cui Gesù è il sommo sacerdote.

    Con il capitolo 5 la lettera agli Ebrei illumina l’opera sacerdotale del Cristo e il nostro cammino di salvezza. Gesù è il sommo sacerdote perché “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza” (vers. 2). Qui risplende in meravigliosa pienezza il mistero del Cristo! Il Figlio di Dio rivela e dona la sua divina potenza facendosi piccolo fino alla croce: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek” (vers. 8-9). L’obbedienza di Gesù fino alla croce è il mistero e il dono della sua divina potenza di salvezza per tutta l’umanità e per tutta la creazione.
    Dio vi benedica e voi benediteci. Giovanni e Francesco

  2. “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche”: Gesù non offrì sacrifici, secondo la tradizione di Israele, ma “preghiere e suppliche” in dialogo con Dio, suo Padre. Una preghiera coronata e compiuta con l’offerta della sua stessa vita. Proprio alla passione e morte si riferiscono le parole successive: “con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte”. E – dice l’autore, contrariamente a quello che noi avremmo pensato – “venne esaudito”! Notiamo la bellezza di quella spiegazione: “per il suo pieno abbandono a lui”. Pieno abbandono, totale affidamento. “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”: obbediente fino alla morte, dice san Paolo. Obbedienza alla volontà del Padre; ma la volontà di Dio non era la morte del Figlio, come noi potremmo pensare, bensì la salvezza di tutti e la misericordia per tutti. La morte di Gesù addebitiamola, come raccontano i Vangeli, ai capi del popolo, ai sommi sacerdoti, alla debolezza del potere politico.

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