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Dt 32,1-7

1 «Udite, o cieli: io voglio parlare.
Ascolti la terra le parole della mia bocca!
2 Scorra come pioggia la mia dottrina,
stilli come rugiada il mio dire;
come pioggia leggera sul verde,
come scroscio sull’erba.
3 Voglio proclamare il nome del Signore:
magnificate il nostro Dio!
4 Egli è la Roccia: perfette le sue opere,
giustizia tutte le sue vie;
è un Dio fedele e senza malizia,
egli è giusto e retto.
5 Prevaricano contro di lui:
non sono suoi figli, per le loro macchie,
generazione tortuosa e perversa.
6 Così tu ripaghi il Signore,
popolo stolto e privo di saggezza?
Non è lui il padre che ti ha creato,
che ti ha fatto e ti ha costituito?
7 Ricorda i giorni del tempo antico,
medita gli anni lontani.
Interroga tuo padre e te lo racconterà,
i tuoi vecchi e te lo diranno.

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  1. L’inizio del Cantico di Mosè convoca all’ascolto il cielo e la terra. Dunque si rivolge ben oltre il popolo e coinvolge tutta la creazione e, come vedremo, tutta la storia!
    Il ver.2 ci riporta a Isaia 55 e al grande paragone tra la Parola e la pioggia che scende sul deserto e non ritorna senza frutto a Colui che l’ha mandata. Non è solo pioggia, ma anche rugiada, e sembra voler sottolineare la capacità di quest’acqua di raggiungere tutte le pieghe e le profondità della terra, ogni erba. E quindi ognuno di noi, ogni creatura umana, fin nel suo intimo essere! Il ver.3 mi riporta all’inizio del Cantico della Vergine Maria di Luca 1,46-47,e annuncia il grande scopo di quello che Mosè dirà, per dare gloria a Dio. Il ver.4 proclama la santità di Dio, e la sua perfezione. Tutto quello che viene da Lui non può che essere buono. Dunque, come può darsi il ver.5 e quello che subito comincia a denunciare la non risposta, l’infedeltà, il peccato del popolo? Bisogna fin d’ora prendere posizione davanti a questa “ferita” terribile della creazione, dell’opera di Dio. Noi siamo fatti male? Siamo un suo errore? Qui io mi permetto di introdurre un pensiero che dovete considerare con molta cautela e molto sospetto, ma che penso di dover ugualmente comunicare, e che anzi io ritengo essere la vera grandezza della fede ebraico-cristiana, una fede che molto facilmente tradiamo! Per questo, consideriamo con attenzione il ver.5. La versione più aderente al testo dovrebbe forse dire: “corruzione non è Sua, dei suoi figli l’infamia”. Questa è la mia proposta: che lo splendore e il dramma dell’umanità sia quello di portare in sè l’impossibilità della creatura ad essere adeguata al suo Creatore. Provo subito a darne una ragione: se la creatiura umana si pensa adeguata a Dio, lo bestemmia e lo prevarica! La centralità di questa creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, “e”(!) peccatrice, è il più grande canto delle creature al loro Creatore. Il fatto di questa creatura a immagine di Dio “e” peccatrice non nega Dio, ma è destinata ad esaltarlo sopra ogni altra concezione religiosa, là dove il dio non riesce a sopportare il peccato della creatura umana. Ma noi poveri discepoli di Gesù, peccatori, sappiamo che Egli è capace di sopportare noi peccatori con quell’Amore che conduce il Figlio sino alla Croce! Se vale questa pazza ( e forse banalmente sciocca!) ipotesi, valgono tutti i “punti di domanda”, a partire da quelli che ascoltiamo al ver.6: “Così tu ripaghi…Non è Lui il Padre che ti ha creato…?” E dunque, quel “ricorda” e quell’ “interroga” del ver.7, che senso hanno se non quello che ci è chiesto, e cioè di accettare la tremenda bellezza del contrasto tra la nostra miseria e le meraviglie che Dio ha compiuto in noi e per noi? Si tratta di accettare una scommessa: Noi siamo il segno del “fallimento” di Dio o, addirittura, il segno evidente della sua “non-esistenza”, oppure siamo il luogo e il grido della sua gloria? Siamo l’unica creatura veramente capace di proclamare che Dio è Amore? Io penso di sì! Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.

  2. Al v. 4 troviamo il nome con cui il Dio di Israele più volte verrà chiamato in questo “cantico di Mosè”: Roccia. Così Dio viene invocato molte volte anche nei salmi. Questo è importante: si tratta di capire in chi Israele (il popolo di Dio) deve confidare. Ed essendo Dio chiamato con il nome di “Roccia” allora risulta essere solo Lui il forte, Colui in cui Israele confida; non su altri dei o potenze, nè su se stesso. Loro, il popolo, non sono una “roccia”, ma sono deboli e instabili; Dio invece è fedele e saldo, come una “roccia”. v. 6 “Non è forse Lui il Padre che ti ha acquistato, fatto e stabilito?” Sono parole importante: Dio è il Padre che ha “acquistato” (parola che si perde in molte traduzioni moderne, ma salvata in Kiswahili) il suo popolo. E questa infatti è stata la prima azione che dio ha fatto per Israele. Mosè riconosce che più che crearli Dio ha “acquistato”, riscattato e redento dalla schiavitù dell’Egitto questi schiavi per farne il suo popolo particolare. Dio è sceso e li ha liberati, e poi li ha “fatti e creati” suoi figli. E ha dato loro la sua parola e li ha condotti fin qui. Il popolo di Israele non ha un carattere “originario” di “figlio di Dio”, infatti confessano che il loro padre “era un arameo errante”: solo sono stati creati come gli altri popoli: la loro condizione particolare nasce dall’ “acquisto” che Dio ha fatto di loro in Egitto. E’ bella la lode della parola di Dio cantata nel v. 2, dove viene paragonata a “pioggia e rugiada, spruzzo e scroscio”: come acqua che scende a fecondare la terra perchè porti il frutto gradito a Dio; ma anche acqua che scende con intensità e forza diversa, a seconda delle necessità di ciascuno, per il bene di ciascuno: per quello è consolazione, per questo esortazione, per l’altro rimprovero, per quello riconciliazione. In avvento cantiamo, con parole ricavate dal libro di Isaia, invocando la venuta del Messia a noi, come pioggia e rugiada che stilla dall’altro: è Gesù questa pioggia che feconda il popolo e ogni figlio di Dio.
    E Gesù è anche la “roccia” su cui la sua Chiesa è edificata, la giustizia del suo popolo, chi costruisce la sua casa sulla roccia – che è Lui – starà saldo nella Sua giustizia e nella Sua fedeltà. Il v. 7 invitando a ricordare “i tempi passati” invita a ricordare sempre i prodigi dell’esodo, della liberazione che Dio ha operato per quella generazione e per tutte le generazioni. Questo “ricordo” è la via per la comprensione del dono di Dio e del suo amore di Padre, e magari anche per il ritorno a Lui tante volte necessario.”Quelli che cercano il Signore comprendono tutto” (Pro 28:5). E anche l’ “interrogare” cioè il porsi nell’atteggiamento del discepolo, che sempre chiede, è via buona per potere comprendere. Dimenticando la parola del Signore, trascurando la sua legge buona e santa che anche agli occhi di tutti gli altri popoli fa di Israele “il solo popolo saggio e intelligente” (cfr. Dt 4:6), allora la tragica conseguenza è l’ingratitudine, che fa diventare “popolo stolto e insipiente” (v.6).

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