Un viaggio notturno tra Firenze e Bologna negli Anni Sessanta. Non ricordo le circostanze. Il mio privilegio era quello di fare l’autista silenzioso ma attento per due grandi figli della comunità ecclesiale italiana del secolo scorso. Due grandi padri del testo costituzionale: Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira. La conversazione era iniziata già alla periferia di Firenze per dire il loro unanime dispiacere per chi aveva citato l’evento costituente come un «grande compromesso». «Un grande incontro», ribattevano loro. Una riscoperta inattesa e meravigliosa dell’anima del nostro popolo, dopo vent’anni di fascismo e dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale con le sue centinaia di migliaia di morti.

Un’anima ancora capace di unire quello che le ideologie contrapposte avrebbero in breve spezzato. Ed era venuto avanti il ricordo del passo che i due consideravano fondamentale e fondante. Il primo. Per dire che l’Italia era una repubblica democratica fondata sul lavoro. La loro gioia riconoscente e orgogliosa proprio per quella modesta parola: il lavoro. Una parola che tra l’altro avrebbe fatto da spartiacque alle due grandi forze politiche in conflitto. Ma là era stata la scoperta di un bene ben più profondo. Non una repubblica fondata sulla scienza, sulla cultura, sulla giustizia, sulla pace o… sul capitale. Ma su una parola che toccava tutti, riguardava tutti, era dono e compito di ciascuno e di tutti. Perché non si intendeva il lavoro in un’accezione limitata, influenzata marxianamente, come produzione di oggetti o di servizi, ma in un orizzonte più ampio, nell’antico significato latino del lavoro come «fatica».

E qui scherzosamente il Dossetti emiliano rivendicava un privilegio semantico per chi respirava l’aria al nord dell’Appennino, un privilegio “dialettale”. La parola usata da chi uscendo dall’ospedale incontra un amico che gli chiede come mai si trovi lì. La ragione è la malattia del vecchio babbo. «E come l’hai trovato?». La risposta è data nella saporosa ricchezza del dialetto emiliano: «È una più brutta fatica!». Il lavoro come fatica. La fatica del bambino che impara a leggere e a scrivere. La fatica del turnista in fabbrica e dell’autista dell’autobus. La fatica del grande pittore che ogni giorno perfeziona la sua arte.

Sino alla grande ultima “fatica” del nonno che si consuma nella sua malattia e si congeda dal mondo. La bellezza di una comunità umana edificata e custodita dalla fatica di ciascuno e di tutti. Il riconoscimento della dignità e del valore di ogni partecipazione alla vita comune della nazione. I due grandi Anziani si compiacevano commossi della loro antica intuizione che aveva portato questa e tante altre perle della loro fede evangelica a incontrarsi con altre e diverse interpretazioni della vita, che nell’evento costituzionale e in queste proposte avevano riconosciuto una concordia e una tradizione sapienziale più profonda di tutte le divisioni e i dissensi che ormai si affermavano.

Un capolavoro di laicità: là dove lo splendore del Vangelo è capace di esprimersi e di comunicarsi in termini e in linguaggi che possano essere intesi e accolti anche da chi si disseta ad altre fonti. «Tesori nel campo», che oggi sarebbe prezioso riscoprire.

Giovanni Nicolini in “Jesus” n° 7 del luglio 2010

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