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17 GENNAIO 2010 - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

...la madre di Gesu' gli disse: «Non hanno vino»  Gv 2,3
...disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» Gv 2,5

(I testi riportati sono tratti dal Nuovo Lezionario)

Giovanni 2,1-11
1In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

1) Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea: il vangelo secondo Giovanni ha come tema particolare la rivelazione della gloria di Dio, che risplende sul volto di Cristo: Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e tutto sostiene con la potenza della sua parola (Eb 1,3)e: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito, che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14). La gloria del Figlio è stata rivelata alle Genti, rappresentate dai Magi, segno di tutti i popoli che verranno ad adorare il Signore dei Signori dai confini della terra; è stata rivelata a Israele quando Giovanni il Battista ha indicato a tutti in Gesù l’Agnello di Dio sul quale rimane lo Spirito santo; ora si rivela ai discepoli in questo segno che si compie a Cana, nel terzo giorno, dopo l’incontro di Gesù con Natanaele che ha riconosciuto in Lui il Figlio di Dio, il re di Israele (Gv 1,19-20). A Cana si celebra una festa di nozze. Le nozze umane sono sempre il segno visibile e privilegiato del patto indissolubile di alleanza che Dio stringe con il suo popolo e che si realizza nell’amore totale di Cristo nei confronti della Sposa, che è la Chiesa da Lui redenta con il suo dare la vita per lei (cfr. Ef 5,25-32). Il banchetto di nozze sottolinea la gioia, l’esultanza per un legame nuovo che si crea, fecondo di grazia, di comunione e di vita; non può non esserci la gioia alla presenza dello sposo che riempie la sposa nella benevolenza e nell’amore (cfr. Os 2 e la 1^ lettura).
2) C’era la madre di Gesù: all’interno del patto tra Dio e il popolo da lui scelto è la presenza preziosa e umile della Madre, la prima vera discepola del Signore, maestra di obbedienza e di fede. (cfr. Lc 1,38) . Essa precede il Figlio nel segno di quella attenzione premurosa e vigilante che è propria della maternità umana e della maternità della Chiesa, che accorgendosi della “mancanza” di gioia dei figli, li presenta al Signore nella preghiera e nella supplica, certa di essere esaudita dalla Misericordia.
3) Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli: Gesù e i discepoli suoi sono tra gli invitati ma in realtà è Lui il Signore delle nozze, l’autore delle nozze! Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello! (cfr. Ap 19,5-6)e gli invitati non possono essere tristi quando lo sposo è con loro (cfr. Mc 2,19-20).
4) Venuto a mancare il vino …: il vino che manca è appunto la gioia duratura che proviene dalla carità che è lo Spirito santo, che nessuno può conquistare da sé perché è puro dono di Dio, il frutto buono che Gesù dà di portare a chi si affida a Lui (Gv 15). Per questo Egli chiede la pienezza della fede prima di operarequello che Lui solo può fare per la sua obbedienza alla volontà del Padre: Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,8-9).
5) Qualsiasi cosa vi dica, fatela …: le parole di Maria esprimono l’assoluta fiducia nell’intervento di Gesù e della sua potenza e indicano nel Figlio da lei generato come uomo la pienezza della divinità, per cui nulla è impossibile quando incontra anche il timido inizio della obbedienza di fede.
6) Vi erano là sei anfore di pietra …: la gioia dello Spirito non è data dalla Legge che pure è buona, ma solo preparazione alla grazia e alla pienezza dell’amore: Termine della Legge è Cristo (Gal 3,4)che trasforma l’acqua della purificazione nel vino santificante dello Spirito santo (cfr. Gal5,22-23). Diceva Giovanni il Battista: “Io vi battezzo in acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me… vi battezzerà in Spirito santo e fuoco” (cfr. Mt3,11).
7) E Gesù disse loro…: i servitori obbediscono alle parole di Maria e a quelle di Gesù, senza “preoccuparsi” della apparente assurdità dell’ordine: attingono acqua e portano vino. Sono strumenti del dono divino e resi partecipi del divino mistero: essi sanno che quel vino viene da Gesù non dalle anfore! Così Gesù chiamerà i suoi non più servi ma “amici” perché: “…tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi…” (cfr. Gv 15,15).
8) Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù: i segni che manifestano la gloria del Signore sono tutti collegati tra loro e questo è “l’inizio” per cui è possibile continuare a comprendere la bellezza del disegno di Dio. Sant’Agostino sottolinea “Quando ti converti al Signore è tolto il velo dell’insipienza e ciò che era solo acqua diventa vino buono … se nelle Scritture scopri il Cristo, non solo acquista sapore ciò che leggi, ma addirittura ti inebria!...” (cfr. Trattati su Gv, c. 9,2-3). È quanto accade ai tristi discepoli di Emmaus, che si sentono rivivere e ardere il cuore dopo la “conversazione” con il Signore Gesù Risorto che spiegava loro le Scritture (cfr. Lc 24,32).

 

Isaia 62,1-5
1Per amore di Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,
finché non sorga come aurora la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
2Allora le genti vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo,
che la bocca del Signore indicherà.
3Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
4Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.
5Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

1) Per amore di (lett. per) Sion non tacerò: si può pensare che colui che pronuncia queste parole, rompendo il suo silenzio, sia il profeta o (lettura ancora più ricca di suggestioni bibliche) sia il Signore stesso, che viene a salvare il suo popolo, dopo che si è allontanato dal suo Dio ed ha conosciuto per questo l’amarezza dell’esilio: Il Signore avanza come un prode…urla e lancia il grido di guerra…Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto; ora griderò come una partoriente (Is 42,14). Il mio popolo non ha ascoltato la mia voce… l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore (Sal 81,12). Una voce! L’amato mio! Ecco viene saltando per i monti (Ct 2,8).
2) Non mi concederò riposo finché non sgorga (lett. esca) come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda (lett. bruci) come lampada: è interessante notare come la Vulgata traduca “la sua giustizia” e “la sua salvezza” con i termini “il suo giusto” e il “il suo salvatore”: secondo questa interpretazione della Vulgata tutta l’operosità di Dio è volta a donare il Messia (appunto il “suo giusto” ed il “suo salvatore”) alla città santa. Infatti solo sul Messia “si poserà (lett. riposerà) lo spirito del Signore” (Is 11,2) e solo attraverso di lui uscirà la giustizia e la salvezza. Dopo il riposo del giorno del Sabato, che conclude la prima creazione (Gen 2,2), Isaia profetizza dunque un secondo riposo di Dio e degli uomini cui si giunge attraverso una passione ed una liturgia del ricordo, che non vengono meno di fronte alle asprezze della storia e che pongono in comunione Dio e gli uomini: Sulle tue mura, Gerusalemme, ho disposto sentinelle; per tutto il giorno e tutta la notte non taceranno mai. Voi che risvegliate il ricordo del Signore, non concedetevi riposo né a lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme (Is 62,6-7).
3) Allora le genti vedranno la tua giustizia (Vulgata: il tuo giusto): Gerusalemme diviene sorgente di salvezza per tutti i popoli. La misericordia del Signore si manifesta in pienezza nei giorni del Messia con la chiamata delle genti (prima “non popolo”, v. Rm 9,26) all’incontro col Dio d’Israele: Poiché, ecco, la tenebra ricopre tutta la terra, tenebra fitta avvolge i popoli, ma su te risplende il Signore… Cammineranno le genti alla tua luce (Is 60,3). La giustizia di Gerusalemme non è una giustizia che la città santa possiede in proprio, ma è lo splendore dello sposo presente in lei, splendore pronto a rivelarsi in un tempo che va atteso e che, nello stesso tempo, in questa attesa nuziale è già profeticamente anticipato: Il Signore… tuo Dio sarà il tuo splendore (Is 60,19-21); Io gioisco pienamente nel Signore… perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna dei gioielli (Is 61,10).
4) Sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del signore indicherà: alle origini è Adamo che dà il nome alla donna che Dio gli dona (Gen 2,23; Gen 3,20), ma nel tempo finale è Dio stesso a dare un nome nuovo all’umanità sua sposa, rappresentata da Gerusalemme. Su di Lei Egli si china rinnovandola con il suo amore: Al vincitore darò una… pietra bianca sulla quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve (Ap 2,17).
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata né la tua terra sarà detta Devastata, sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata: i nomi Abbandonata, Devastata, Mia Gioia e Sposata corrispondono nel testo ebraico a nomi propri. Il Signore capovolge le sorti della sua sposa (Ez 16), che viene raggiunta dalla salvezza del Signore proprio là dove era tanto afferrato dalla sua prigionia, da ricevere da essa il nome: Amerò Non-amata e a Non-popolo-mio dirò: Popolo mio (Os 2,25). Il commento ebraico a questo passo di Isaia dice che: “mentre un uomo ferisce con il coltello e risana con l’impiastro, non è così l’arte di Dio, che con quella parola con la quale ferisce risana. Peccarono nella Terra (Ez 36,17) e nella Terra furono colpiti e nella Terra saranno consolati (Is 62,4).
5) Si,come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli: il commento ebraico afferma: “tutto quello che Geremia dice per punire, Isaia viene e lo risana”. Vengono così sanate la vedovanza di Gerusalemme, dovuta all’esilio, e la perdita dei figli (Lam 1,1; Lam 2,20).

 

1Corinzi 12,4-11
Fratelli, 4vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: 8a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; 9a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; 10a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue.
11Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito,distribuendole a ciascuno come vuole.

1) Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito, vi sono diversi ministeri…: ai vv 4-5-6, dove la nostra traduzione propone il termine “diversi”, sarebbe meglio tradurre con divisioni (vulgata: divisiones), forse non è una sottigliezza: per Paolo la diversità dei doni spirituali può creare problemi, come li aveva creati a Corinto (v. 1,10ss). L’apostolo vuole l’unità e utilizza il verbo dividere, riferito ai carismi, nel senso che viene divisa la stessa fonte, come quando la notte di Pasqua si accendono le candele dall’unico cero pasquale! La sostanza del dono è uguale per tutti (lo Spirito, cfr. Gv 14,26), ma in ciascuno si manifesta in modo diverso: Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i tuoi figli; esso si adattava al gusto di chi l’inghiottiva e si trasformava in ciò che ognuno desiderava (Sap 16,21), come confermato dal v 11: Ma tutte queste cose le opera l’unico e il medesimo Spirito, distribuendole (lett: dividendole) a ciascuno come vuole. I doni che l’umanità riceve da Dio sono quindi chiamati carismi: il termine (charismata)comprende la parola “grazia” (puro regalo non proveniente da noi); poi sono chiamati anche ministeri: il termine (diakoniai) è l’espressione della loro natura e del loro scopo; infine sono chiamati attività: il termine (energèmata) indica la forma concreta dell’agire di Dio nell’uomo. Si sottolinea che per Paolo TUTTI hanno ricevuto il dono di Dio (v.7: a ciascuno è data una manifestazione particolare dello spirito),e nessuno può chiamarsi fuori dichiarandosi “indegno” di riceverlo, sarebbe come svuotare di significato la croce di Cristo e si nasconderebbe il talento ricevuto sottoterra: il Signore risponderebbe: servo malvagio e pigro… (Mt 25,14-30).
2) A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: anche questa traduzione induce nell’equivoco sopra descritto, bisognerebbe tradurre: A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito (senza particolare) per l’utilità comune, nel senso che tutta la comunità riceve lo stesso Spirito, e tutta insieme (ognuno nella sua specificità) lo esprime, ecco perché per Paolo è così importante proseguire con l’esempio del corpo umano e delle sue membra nei versetti successivi (vv.12-31).Notiamo infine che, su nove carismi elencati (sapienza, conoscenza, fede, guarigioni, miracoli, profezia, discernimento degli spiriti, varietà delle lingue, interpretazione delle lingue), ben sette di loro riguardano il rapporto intimo e personale che il cristiano ha con il suo Signore e Sposo, a sottolineare che l’”attività” principale è rivolta verso Dio, e solo all’interno di questa comunione trovano senso e spazio ogni altra opera per il bene comune: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-42).

 

SPIGOLATURE ANTROPOLOGICHE

In un suo recente intervento ai Martedì di S.Domenico il filosofo Massimo Cacciari che si dichiara non credente sosteneva la tesi che la grande eredità che l'Occidente può offrire alle altre tradizioni culturali è la dottrina trinitaria. L'aver posto la "relazione" all'interno del mistero di Dio, l'aver divinizzato la relazione è secondo lui il tesoro prezioso della nostra tradizione culturale. I testi di questa domenica esaltano il mistero nuziale come intima realtà di ogni persona e di ogni comunità umana. Ogni persona non è "a se stessa", ma è il frutto di un incontro, appunto di una relazione. Ognuno porta in sé il grande dialogo che in ogni persona è la storia del suo incontro con l'Altro da sé. Per la sapienza ebraico-cristiana questo altro é Dio stesso! Ma la grande fecondità che questo ha avuto porta questo primato della relazione in tutto l'orizzonte della nostra storia e del nostro pensiero. Certo, in proporzione minoritaria, perché anche nella riflessione teologica della Chiesa d'Occidente è entrato potentemente il pensiero greco, esaltatore della pienezza della persona e della potenziale perfezione di ogni persona. Questo è stato ulteriormente dilatato dalla vicinanza che la comunità cristiana ha avuto sin da principio con le strutture del potere. Per questo c'è stato un indubbio e inevitabile declinare verso monoteismi più rigidi, spesso utilizzati come paradigma di altrettanto rigidi poteri mondani. Lo stesso debole pensiero occidentale sul femminile e sul mistero del femminile denuncia la generale tendenza all'affermazione, alla giustificazione e addirittura alla divinizzazione di una solitudine del potere e di un'assolutezza del suo esercizio che esalta anche da noi la cultura maschilista a detrimento di una sapienza comunionale e famigliare.
Ma le fonti della rivelazione sono chiare! Si pensi alla concezione della persona che emerge da un testo come quello di 1Corinzi 12-13. Ogni persona è l'esito di un incontro con il mistero di Dio. E se ci sono personalità e funzioni particolari, come quelli elencati dalla seconda lettura di oggi, sappiamo che il dono più grande si identifica con lo stesso donatore, ed è l'amore! Ma l'Amore altro non è che l'apice positivo della relazione. Il testo profetico è l'esaltazione di Gerusalemme secondo l'immagine di una terra visitata, di una terra "sposata". È l'incontro che la fa bella! E così a Cana! Il vino mancante, quello per il quale "non è ancora l'ora", è il vino dell'amore fino alla fine, dell'amore totale capace di cambiare persino il nome e la realtà della morte, che l'amore trasforma in "dono della vita": "Ti voglio un bene da morire!".
Questo è il patrimonio straordinario della nostra tradizione! Ma a questo punto sento necessario proporre un ulteriore piccolo passo di riflessione. Se solo la comunione è pienezza, la solitudine è povertà. Chi è solo è povero. Tutti siamo dunque nativamente poveri, e siamo ricchi per quello che riceviamo dalla relazione fondamentale che è la relazione d'amore! Stiamo assistendo nel nostro paese, del tutto paralizzati, ad un cambiamento di regime. Una sottocultura dell'opulenza ci consegna alla dittatura della ricchezza. A Bologna (!) i più poveri, che sono quelli privi di riconoscimenti e di diritti legali, sono esclusi dall'aiuto della comunità civile, o perlomeno dalle sue istituzioni. Per la nostra tradizione culturale è oggi preziosissimo recuperare la categoria evangelica della povertà come la condizione profonda di ogni persona. Tutti siamo poveri. Tutti siamo salvati dal nostro incontro con relazioni positive, quelle che al livello supremo sono relazioni d'amore. Emarginare i poveri, non solo giuridicamente, ma anche psicologicamente. Avvelenare il nostro popolo con la sfrontatezza e la prepotenza del diritto dei ricchi. Questo è il male che impone oggi una vera resistenza morale, culturale e spirituale. Mentre il potere ormai scopertamente eversivo del governo si avvale di una democrazia dittatoriale che abbatte le regole costituzionali, non si può più dire neppure di un dramma, come quello che ha visitato il sud del nostro paese, che si tratti di "un grave incidente". E molto di più: è il segno che il potere dell'eversione è già del tutto stabilizzato. Allora, cominciamo la nostra "resistenza" in questa domenica che fa festa a tutte le "nozze" della nostra vita che hanno visitato la nostra povertà e ci hanno arricchito di doni immeritati e meravigliosi.

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