Avendo raggiunto il traguardo degli ottant’anni, posso dire di avere vissuto per almeno trentacinque anni l’antica liturgia, quella in uso prima del Concilio Vaticano II, tutta rigorosamente in latino, con i suoi cinquantadue brani di Vangelo domenicali che si ripetevano ogni anno, dando occasione a una predica per lo più non molto diversa da quella dell’anno precedente.
L’antico rito è stato quindi quello della mia Prima Comunione, delle incipienti esperienze di chierichetto, dei contatti con la Parola di Dio offerta dalla liturgia. È stato il rito della mia ordinazione sacerdotale, delle mie Messe, dei sacramenti ricevuti. È nel quadro di questo rito che è iniziato e si è sviluppato quel contatto col divino che porta a riconoscere in Colui che chiamiamo Dio il mistero ineffabile e indisponibile, quello che si sovrasta da ogni parte, ci avvolge, ci penetra, ci vivifica e ci fa sentire una santa vicinanza.
Anche il latino non mi ha mai fatto problema. Da bambini, soprattutto nelle risposte della Messa e in quei canti che tutta la gente conosceva, lo storpiavamo con naturalezza e con disinvoltura (come ricordava in uno scritto dell’epoca monsignor Francesco Olgiati, uno dei fondatori della Università Cattolica del Sacro Cuore, citando la storpiatura di un conosciutissimo canto che diceva Procedenti ab utroque compar sit laudatio così: «Accidenti come trotta il cavallo del sor Laudazio»). Ma ben presto cominciai a imparare questa lingua e a scoprire con gioia i significati reconditi di quando cantavamo con fervore: perché ce la mettevamo tutta e l’entusiasmo e la gioia non mancavano! L’insieme di tali celebrazioni aveva una qualità che non derivava tanto dai testi, che la gente non capiva, ma dalla dedizione personale e gratuita di chi vi partecipava.
Il latino divenne poi, nei giorni dell’adolescenza e della giovinezza, la mia lingua di studio e anche di uso quotidiano. Ancora oggi non avrei difficoltà a predicare in questa lingua. A Milano, nella Cattedrale, ero solito celebrare in latino nelle grandi festività. Perciò ho visto con rammarico il decadere de latino, anche nel mondo ecclesiastico, e i vani sforzi per farlo rivivere, tra cui quello ardente e un po’ ingenuo di Papa Giovanni, che considerava la sua enciclica Veterum Sapientia per la promozione della lingua latina nella Chiesa uno dei tre atti fondamentali del suo ministero di Papa, insieme con il Concilio Vaticano II e il Sinodo Romano.
Avrei quindi le credenziali per approfittare del recente Motu proprio e ritornare a celebrare la Messa con l’antico rito. Ma non lo farò, e questo per tre motivi. Primo, perché ritengo che con il Concilio Vaticano II si sia fatto un bel passo avanti per la comprensione della liturgia e della sua capacità di nutrirci con la Parola di Dio, offerta in misura molto più abbondante rispetto a prima. Vi saranno certamente stati alcuni abusi nell’esercizio pratico della liturgia rinnovata, ma non mi pare tanti presso di noi. Del resto, lo dirò per quelli che capiscono il latino, abusus non tollit usum. Di fatto bisogna riconoscere che per molta gente la liturgia rinnovata ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale. In secondo luogo non posso non risentire quel senso di chiuso, che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva, dove il fedele con fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo ad esempio in Galati 5,1-17. Sono assai grato al Concilio Vaticano II perché ha aperto porte e finestre per una vita cristiana più lieta e umanamente più vivibile. Certo, c’erano anche allora dei santi, e ne ho conosciuti. Ma l’insieme dell’esistenza cristiana mancava di quel piccolo granello di senapa che dà un sapore in più alla quotidianità, di cui si potrebbe anche fare a meno ma che dà più colore e vita alle cose. In terzo luogo, pur ammirando l’immensa benevolenza del Papa che vuole permettere a ciascuno di lodare Dio con forme antiche e nuove, ho visto come vescovo l’importanza di una comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l’adesione di tutti al mistero altissimo. E qui confido nel tradizionale buon senso della nostra gente, che comprenderà come il vescovo fa già fatica a provvedere a tutti l’Eucaristia e non può facilmente moltiplicare le celebrazioni né suscitare dal nulla ministri ordinati capaci di venire incontro a tutte le esigenze dei singoli.
Ricavo come valido contributo del Motu proprio la disponibilità ecumenica a venire incontro a tutti, che fa ben sperare per un avvenire di dialogo tra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero.
(Dal «Il Sole-24 Ore», Domenica 29 luglio 2007, p. 31)

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